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Archive for aprile 2008

Comunicato Stampa sulla D.N. NPA di ieri

LE PROPOSTE AZIONISTE PER LA RISTRUTTURAZIONE
DELLA SINISTRA ITALIANA

La Direzione Nazionale del ‘Nuovo Partito d’Azione’ riunitasi ad Arezzo il 20 aprile 2008 ha analizzato il risultato delle elezioni politiche riscontrando in essi l’esattezza di tutte le analisi formulate dagli azionisti nel corso degli ultimi mesi. La catastrofe elettorale e politica abbattutasi sull’intero arco delle forze della sinistra italiana non cade dal cielo per caso, ma ha nomi e cognomi ben precisi; innanzitutto il segretario del Pd e la sua cinica e suicida politica tendente all’isolamento della sinistra, il presidente dello stesso Pd, Romano Prodi, che, come gli azionisti hanno denunciato già a partire dal luglio 2006, ha guidato un governo impopolare ed infine i leaders, ora dimissionari, di tutti e cinque i partiti della sinistra ex-parlamentare che si sono dimostrati inadeguati al loro compito, da qualsiasi punto di vista si possa guardare al loro operato. Dopo la catastrofica sconfitta del 14 aprile è venuto il momento di prendere coscienza che questa sinistra, così com’è, non può andare da nessuna parte. Di ciò, gli azionisti sono convinti già da un bel pezzo, tanto è vero che, senza farsi condizionare dal generico luogo comune dei troppi partiti esistenti in Italia e nella sinistra, non hanno esitato, tre anni fa, a rifondare l’azionismo politico, scelta che, di giorno in giorno, si sta rivelando sempre più lungimirante al punto tale che, alla luce della Caporetto della sinistra, più di qualcuno comincia a sospettare che ciò che può salvare la sinistra italiana dalla totale liquefazione incombente è proprio il dimenticato azionismo che ebbe enormi meriti nella costruzione, poi tradita in tutti i sessant’anni del secondo dopoguerra, della democrazia italiana, alla stessa stregua di come fu tradito il PdA dai suoi stessi alleati del tempo già nel periodo post-resistenziale. E’ proprio alla democrazia o, meglio, alla ‘rivoluzione democratica’ di Parri, Galante Garrone, Ernesto Rossi e di tutti gli altri azionisti ‘storici’ che bisogna tornare oggi per il bene dell’Italia e della sinistra italiana. Una rinnovata tensione verso la democrazia reale (e non solo verso la formalistica democrazia ‘di regime’ di questi ultimi decenni), la difesa radicale degli emarginati e dei ceti popolari, la legalità e la moralità pubblica sono i temi principali del ‘Nuovo Partito d’Azione’, e potranno essere anche i pilastri non solo dell’attività politica azionista ma di tutta la sinistra del nostro Paese. E’ urgente quindi avviare un serio processo di ristrutturazione e di rilancio di tutta la sinistra italiana. Come primo passo è indispensabile che i cinque partiti usciti a pezzi dalla recente tornata elettorale rinnovino radicalmente i loro gruppi dirigenti, troppo contaminati dai vizi della Casta, oltre che i propri contenuti, soprattutto senza continuare ad eludere ulteriormente il prorompente bisogno di sicurezza presente ormai in tutte le fasce sociali ed in tutte le parti d’Italia. Nello stesso tempo, è altrettanto indispensabile ragionare sulle forme della ristrutturazione stessa. A questo proposito, la Direzione Nazionale del ‘Nuovo Partito d’Azione’ ritiene di dover riprendere la sua proposta, scaturita già dalla D.N. del 22 aprile dello scorso anno, tendente alla costituzione di due contenitori federati; uno di sinistra riformista (ma che sia veramente tale nei fatti e non solo a parole) dove dovrebbero trovare posto i partiti della sinistra riformista e democratica, dai socialisti del Ps ai socialisti di Sinistra Democratica, dagli azionisti dell’NPA ai Verdi, nonché un vasto ‘reseaux’ di circoli ed associazioni di area liberalsocialista e laico-progressista, di associazioni della ‘società civile’ di sinistra democratica. Nel secondo contenitore si potrebbero aggregare tutti i partiti ed i gruppi della sinistra di derivazione marxista e comunista. Questi due contenitori potrebbero collegarsi, quando ne ricorrano le condizioni, attraverso un patto superfederativo e confederale. Una seconda ipotesi di ristrutturazione potrebbe essere quella della creazione di un vasto schieramento che possa raggruppare tutta la sinistra (dai partiti comunisti fino al Ps) purché si riesca a trovare laicamente una comune base programmatica intorno a quattro o cinque punti essenziali e non attorno ad ammuffite e distorte visioni ideologiche della realtà italiana, rivelatesi, ed in modo drammatico, completamente desuete dopo il 14 aprile. Sono due ipotesi egualmente valide, anche se l’NPA preferisce la prima. Nella riunione di ieri la Direzione Nazionale NPA ha preso atto, con vivo compiacimento, anche della conferma del ‘trend’ verso una decisa e continua crescita del Partito, che in questi ultimi mesi si è ulteriormente arricchito di nuovi ed importanti apporti, di nuove e giovani energie le quali hanno, tra l’altro, consentito al Partito di aumentare la propria visibilità anche nel periodo elettorale. E’ stato infine approvato il nuovo Piano di organizzazione e di sviluppo del Partito che prevede la creazione di quattro Dipartimenti di lavoro (Dipartimento Organizzazione ed Elettorale, Dipartimento Programma e Cultura, Dipartimento della Rete Neoazionista e Dipartimento Comunicazione) affidati alla supervisione di un Coordinatore unico della Segreteria Nazionale e all’interno del Piano è stata deliberata una serie di iniziative politiche sul territorio già a partire dalle prossime settimane. Sono state proposte ed approvate altresì alcune modifiche statutarie tra cui la creazione di un Esecutivo Nazionale, organo che sostituisce l’Ufficio di Segreteria Nazionale, e saranno apportati anche ritocchi al simbolo. In conclusione, si è deciso di adeguare l’architettura organizzativa del Partito, che ora diventa più complessa e ricca, ai nuovi bisogni politici ed organizzativi di un partito nuovo e giovane, di un Partito giovane ma dal cuore antico che vuol dare il suo significativo contributo a tutta la sinistra italiana, soprattutto in un momento in cui quest’ultima cerca nuove strade per uscire da una crisi devastante.

NUOVO PARTITO d’AZIONE
Ufficio Stampa

Roma 21 aprile 2008

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La mattina del 15 aprile; il Day After

DIARIO ELETTORALE 2008 – (17)

Con la sottostante indicazione di voto concludo questo ‘Diario Elettorale 2008’. Assicuro che il mio blog continuerà a funzionare, anche se non certo al ritmo forsennato di un post al giorno. Credo di poter assicurare ai lettori almeno un post ogni 7-10 giorni e certamente non più tardi di mercoledì inserirò un commento dei risultati elettorali. Fra quarantotto ore anche noi azionisti, anche noi del ‘Nuovo Partito d’Azione’, chiuderemo un ciclo (quello che ci vedeva, seppure in posizione estremamente critica, come supporter dell’ormai ex maggioranza unionista e componente dell’area ‘ultradem’) e passeremo ufficialmente all’opposizione politica e sociale di sinistra, chiunque dovesse vincere, Berlusconi o Veltroni o Veltrusconi. Ho ascoltato ieri sera sui principali canali televisivi nazionali gli appelli di tutti i 15 o 16 candidati premier e le loro solite stanche litanie poco convinte e convincenti, che mi confermano nell’idea che il ‘Nuovo Partito d’Azione’ è e può davvero dimostrare di essere un fatto nuovo, per quanto ancora molto circoscritto nelle dimensioni, della politica italiana. Se un decreto legge vergognoso non ci avesse tagliato le gambe già in partenza, se avessimo avuto l’opportunità, che hanno avuto sigle pari alla nostra o addirittura più piccole della nostra, di poter parlare agli italiani almeno per una sola serata attraverso gli schermi delle televisioni nazionali, avremmo sicuramente detto delle cose che non si sono mai sentite in queste settimane di duelli televisivi, delle cose che a questo punto sappiamo che nessuno dirà mai (se non le hanno dette o non hanno saputo dirle in un momento come questo quando mai più le diranno?), avremmo dato all’esausto elettorato italiano la buona novella del venire alla luce di una forza politica veramente nuova ed innovativa. Altro che certe liste di avventurieri improvvisati senz’arte, né parte, senza scienza né coscienza. Comunque sia, la vita continua e noi azionisti dobbiamo già cominciare a pensare a come ritagliarci, molto più convinti ancora di due mesi fa delle nostre possibilità, un ruolo significativo nel quadro politico che emergerà la mattina del 15 aprile, ben consapevoli, come siamo, che dopo il 15 mattina, nel Day After del 15 aprile 2008, molte cose, nel bene e nel male, non saranno mai più come prima.

INDICAZIONE DI VOTO

Il ‘Nuovo Partito d’Azione’ non riconosce la validità e la legittimità democratiche delle imminenti elezioni del 13 e del 14 aprile e pertanto chiede ai propri iscritti e simpatizzanti di recarsi sì alle urne, ma di annullare la scheda elettorale con una qualsiasi scritta di protesta contro il carattere antidemocratico ed anticostituzionale di queste elezioni politiche 2008. Nonostante la suddetta indicazione, il ‘Nuovo Partito d’Azione’ intende lasciare anche a quei compagni che proprio vogliano esprimere una preferenza la possibilità di farlo, purché il voto vada ad un partito di sinistra, ma non al Pd (che non lo è).

NUOVO PARTITO d’AZIONE

Ufficio di Segreteria Nazionale

        Pino A. Quartana
        Gabriele Oliviero
        Teresio Panero 

(annotazioni conclusive del 12 aprile 2008)

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Il melenso Obama della Garbatella

DIARIO ELETTORALE 2008 – (16)

Queste elezioni non solo sono antidemocratiche, anticostituzionali, illegittime dal punto di vista di una sana e vera democrazia, ma sono elezioni spente, rassegnate, noiose. Non sono inutili solo perché il vincitore è già annunciato da troppo tempo, ma anche perché i problemi non li possono risolvere coloro che li hanno creati. Sono elezioni senza speranza quindi, nonché elezioni dove i due principali contendenti sembrano che si siano copiati l’un l’altro i programmi.
I loro programmi non affrontano seriamente i problemi italiani e nascondono, dietro temi futili, polemichette di bassissima lega e lazzi da gigioni di provincia, quelli più scabrosi. Sono elezioni che non riescono ad attrarre l’attenzione degli italiani, né a suscitare le loro speranze, neppure quando i due principali competitori sparano balle demagogiche riferite ora a quella categoria ora a quell’altra nell’unico interesse di strappare qualche voto in più. Solo così si può spiegare l’indifferenza con cui sono state accolte le balle propagandistiche senza capo né coda di Veltroni di annientare le mafie o di dare a tutti i precari un salario minimo di 1100 euro.
Sono patetiche americanate cui non crede più nessuno, per cui non si scalda più nessuno; anche gli altri partiti in lizza non si affannano più di tanto a contestarle tanto esse appaiono poco convincenti anche a chi le spara. Il leader del Pd si è specializzato in bufale elettorali e, come ho già detto, è diventato un perfetto democristiano. Neppure i democristiani storici ex Margherita sono capaci di tanta cinica spregiudicatezza imbonitoria. Senza dire poi che i pretesi programmi alternativi del Pd sono solo la foglia di fico dietro la quale nascondere una già dichiarata tendenza all’inciucio, al governo delle larghe intese. L’elettore di centrosinistra ancora riusciva a credere sinceramente in Prodi e nelle sue promesse (e si è visto come è andata a finire), ma credere a quelle di Veltroni è da ingenui incorreggibili. L’ho già ascoltato molte volte in questi giorni, ma non riesco mai a capire qual è la sua filosofia politica, la cultura politica che lo sorregge, il messaggio nuovo. Si capisce solo la modestissima argomentazione secondo la quale il Pd ora va da solo (cosa neppure questa vera perché il Pd ingloba ben cinque dei precedenti partner dell’Unione nel 2006 che erano dieci in tutto). Si capisce solo la ciarlataneria politica del … ‘ma anche’ e poi più nulla di serio, di specifico. Non riesco neppure ad oppormi ai contenuti programmatici del Pd per la semplice ragione che continuo a non capire quali siano. Mi sembra tutto un gioco delle tre carte che può essere scoperto molto facilmente non appena qualcuno degli avversari gli chiede da dove è spuntato fuori, dove l’Obama de Roma è stato negli ultimi trent’anni.
Tutto mi appare patetico in Veltroni. Il suo stucchevole, furbetto e melenso messianismo da ‘nuova frontiera’ kennediana, invece che a Martin Luther King, invece che alle lotte degli studenti americani contro la guerra in Vietnam, invece che a tutto il pathos dei ‘democrats’ americani, pur forte e suggestivo, mi fa pensare solo ad Alberto Sordi nella fantastica scena (non ricordo il titolo del film, ma il ‘giovane’ Walter è un diplomato in cinematografia e lo conoscerà senz’altro lui) in cui, quando si stanca ben presto di giocare a fare il giovane ‘ammerregano’, si butta sul piatto di spaghetti oppure ai Cesaroni ed alla Garbatella. Qualcuno dica all’Obama della Garbatella che l’unica utopia che questo povero Paese può concedersi ormai è solo quella di diventare un paese normale. Che mi sembra già un traguardo irraggiungibile tanto più perché dovremo ancora una volta perdere anni di tempo dietro ai funambolismi e alle trovate pubblicitarie di due stanchi attori che giocano a fare il Bush e l’Obama (… ‘ma anche’ il Clinton) ‘de noantri’.

(annotazioni del 10 aprile 2008)

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Il nostro ‘triangolo delle Bermuda’

DIARIO ELETTORALE 2008 – (15)

Almeno sulla carta, nell’area ‘ultradem’ resterebbero, oltre all’NPA ed a parecchi ‘cani sciolti’ (troppo delusi e sbandati però per poter contare ancora su un loro impegno militante), anche Grillo ed i suoi MeetUp. Per le possibilità che quest’area può ancora avere diviene quindi determinante il comico genovese. Ma per quanto riguarda lui ed i ragazzi che lo seguono io sarei molto pessimista. Troppe cose non mi sono ancora chiare del comico-tribuno Grillo. Intanto, egli non ha voluto o saputo cogliere l’occasione offerta da queste elezioni. Se non ora, quando? Appoggiare delle liste locali alle elezioni amministrative come quella alla regione Sicilia, per quanto importante possa essere, non risolve nulla. C’è troppa confusione tra Grillo ed i ragazzi dei MeetUp. Nessuno capisce bene neanche in quell’ambiente quale vuole essere lo sbocco definitivo di Grillo. Lì c’è un rapporto verticale, oracolare, assolutamente non democratico, fra Grillo ed i suoi fans. Grillo è diventato senz’altro un opinion-leader, sebbene atipico (prima del comico genovese l’opinion leader era quasi sempre un intellettuale), ma la domanda che mi pongo e che pongo è la seguente; un opinion-leader è anche necessariamente un leader politico? A parte il Vday tenutosi a Bologna (che mi sembrava più un happening o uno spettacolo gratuito), non mi pare che Grillo abbia prodotto finora risultati politici. Sì, ci sono le liste alle amministrative, ma non è ben chiaro anche qui quale sia il ruolo del comico, se sia il ruolo di uno che si limita a mettere il suo ‘bollino’ di qualità oppure di uno che le liste civiche le promuove e le organizza direttamente, come farebbe qualunque altro capo politico. Se non è chiaro il tipo di impegno e di rapporto, non è chiara, al tempo stesso, neppure la strategia politica complessiva (ammesso che ve ne sia una) di Grillo oppure c’è ma è estremamente confusa e confusionaria. E’ chiaro solo il fatto che il comico genovese in un certo senso impone a questi circoli virtuali o atipici che sono i MeetUp di non confondersi con qualsiasi organizzazione politica ufficiale o consolidata, con i partiti, commettendo un errore banale, come se il problema fosse il nome o il tipo di organizzazione e non i contenuti. Il problema non è quindi se noi azionisti, per esempio, possiamo essere d’accordo o no con le cose che dice Grillo (che poi per noi azionisti non costituiscono nessun fattore eclatante di sorpresa e di novità in quanto ad un livello di elaborazione molto più alto si tratta delle stesse cose che diciamo noi da prima che scoppiasse il successo dei grillini e addirittura si tratta delle stesse cose che dicevano i vecchi azionisti di 60 anni fa). Mancano due livelli essenziali in Grillo per poterlo definire un vero leader politico, radicale o meno, qualunquista o meno, e quindi per poter fare affidamento su di lui e sui suoi ‘boys’ in un potenziale quadro di alleanze e di costruzione seria di un’area politica ‘ultradem’; manca la proposta sui problemi del Paese (non basta la protesta, non basta la ‘pars destruens’ insomma) e manca del tutto una chiara e convincente strategia politica che non può limitarsi ad essere quella di sparare invettive e parolacce sugli altri partiti senza alcuna distinzione. Io ho proprio l’impressione che, come altri fenomeni di analoga natura (penso, ad esempio, al Partito dell’Uomo Qualunque di Giannini il quale, detto tra parentesi, non solo non era un alleato del vecchio Partito d’Azione, ma era anzi uno dei suoi principali nemici), anche il fenomeno-Grillo sia destinato, nonostante l’enorme carica di protesta e di rabbia che cova nella pancia nel Paese, a sbollire lentamente e ad esaurire le sua forza nella misura in cui dal ‘Politico’ non riesca a penetrare anche nella ‘politica’. I vari VDay o le varie sponsorizzazioni di liste locali alle amministrative mi sembrano, detto francamente, più dei diversivi di Grillo per non affrontare i nodi irrisolti del suo movimento che delle tappe di una strategia politica di cambiamento del sistema e di avanzamento nel sistema. Grillo è diventato un protagonista, ma è più un protagonista mediatico del ‘Politico’, che un attore ed un protagonista della ‘politica’. Protagonisti del ‘Politico’ ce ne sono già tantissimi in giro (in numero incomparabilmente superiore ai protagonisti della politica ufficiale, come avviene in ogni complessa ed avanzata società moderna); giornalisti di successo, uomini delle banche e della finanza, alti prelati, sindacalisti, attori, intellettuali, scrittori, musicisti rock (Bono degli U2, ad esempio), e tanti altri che influiscono sulle decisioni politiche senza per questo essere diretti attori del gioco politico. Francamente sono molto scettico e pessimista sulla possibilità che Grillo si butti a far politica sul serio e quindi che possa diventare un alleato di quanti ancora vogliano situarsi nell’area ‘ultradem’, per riorganizzarla e portarla a maturazione politica con un proprio profilo caratteristico e con una propria distinta soggettività. Grillo e grillini a parte, nell’area ‘ultradem’ è rimasto ben poco. Ho ricordato prima anche i girotondi. A parte il fatto che con Pardi e con l’appoggio a Pardi da parte di Flores i girotondi si sono del tutto liquefatti (peccato, perché fra poco con il ritorno di Berlusconi essi avrebbero avuto l’occasione di giocare un ruolo importantissimo fuori dal Parlamento, molto più importante di quello che può derivare dall’elezione di Pardi), tra grillini e girotondini non ci sarebbe stata comunque alcuna possibilità di una saldatura se ho ben capito ciò che qualche giorno fa ha detto Moretti, ben ricambiato del resto sullo stesso piano da Grillo. In sintesi; un’area confusa, non strutturata, percorsa da antipatie, gelosie, rivalità, vecchi rancori, conflittuali narcisismi da vip radical-chic del mondo dello spettacolo. Non c’è più niente da fare in questa area e per questa area. Noi azionisti abbiamo già perso troppo tempo qui, abbiamo speso molte energie, ma non c’è più niente da fare. E’ un’area che resta in piedi solo a livello virtuale, mediatico e culturale; tutto molto suggestivo ma non ci interessa più. Ci interessa non la chiacchiera per strappare pagine e copertine sui giornali per il vip di turno, ma la possibilità di mettere in piedi un’area politica seriamente organizzata per la protesta o per il cambiamento, insomma per contare, per fare politica sul serio, per cambiare il Paese. Basta con attori, giornalisti, comici e comiche, cantanti e via dicendo. La politica la fanno i politici e chi ha le capacità di essere un leader politico. Altra cosa è che politica fanno, ma non c’è dubbio che le attività prevalenti finora nell’area ‘ultradem’ (preparare spettacoli, firmare appelli, scrivere articoli e libri), per quanto importanti, sono insufficienti. Sarebbe l’ora che comici, attori, cantanti e giornalisti di successo tornino a fare bene il loro lavoro e a supportare le forze politiche di riferimento, non sostituirsi ad esse perché abbiamo visto in questi ultimi anni che ciò non è nelle loro capacità e forse nemmeno nelle loro intenzioni. Ma se si tolgono i comici, i registi e gli altri vip (spesso radical-chic) dello spettacolo e della cultura e si vede che in quest’area non rimane null’altro cioè non ci sono i politici oppure ci sono ma sono politicanti saltimbanchi ed anche un po’ cialtroni, allora non è il caso di perdere più un minuto di tempo in quest’area. Dopodiché per un partito con forti radici nella storia di questo Paese, come il nostro, cos’altro rimane da fare? Noi siamo stati sin dalla nascita del ‘Nuovo Partito d’Azione’ in una posizione assolutamente caratteristica; siamo stati al centro di un ideale ‘triangolo delle Bermuda’, avendo, da un lato, l’area laico-socialista a cui apparteniamo per diritto, dall’altro lato, l’area della sinistra di derivazione radicalsocialista e di derivazione marxista nella quale la componente azionista non può mancare, e, dal terzo lato, questo mondo ‘ultradem’, emerso con i girotondi, ma svanito in una deriva più ‘girondina’ che ‘giacobina’. Anche per quanto riguarda l’area laico-socialista sono molto pessimista; tra l’altro, fra pochissimi giorni potremmo essere nella condizione di vederla completamente svanire; le possibilità che ciò non accada sono ridotte al lumicino. Dovrebbero verificarsi due condizioni perché quest’area sopravviva e possa interessarci; la prima è che il Ps di Boselli passi il 4% e la seconda, che dopo aver passato da solo il ‘barrage’ del 4%, Boselli e soci siano capaci di rinnovare culturalmente quest’area ormai asfittica (sentir parlare il leader socialista per cinquanta minuti abbondanti su sessanta, come ieri sera in televisione, di sola laicità vuol dire che il Ps è un partito che non ha più niente da dire) e di saperla organizzare con capacità inclusive (che finora, come azionisti, non abbiamo visto). A parte il fatto che bisogna vedere pure cosa resterà dell’area laico-socialista se anche il Ps diventerà un partito extraparlamentare, sono comunque molto scettico sul fatto che il Ps attuale abbia queste capacità (e forse anche questa volontà).
Cosa resterà quindi nel terremotato panorama del centrosinistra che, molto probabilmente, si aprirà ai nostri occhi soltanto fra qualche giorno? Dove dovrà dirigersi la piccola, ma ‘tostissima’ navicella azionista del Nuovo Partito d’Azione? Sono le domande assillanti che io ed i principali dirigenti del Partito ci stiamo ponendo in questi giorni. Non voglio e non posso anticipare nulla di ufficiale anche perché il dibattito interno lo avvieremo fra pochissimi giorni, dopo aver conosciuto l’esito delle elezioni, e precisamente nella prossima Direzione Nazionale NPA che terremo con molta probabilità il giorno 20 aprile. Per questa sessione della D.N. abbiamo scelto la città di Arezzo. Posso dire solo due cose subito e magari a titolo personale. Il problema per tutti ormai è quello di organizzarsi per aree politiche il più omogenee e vaste possibili. Delle tre aree della sinistra (alle quali noi azionisti apparteniamo in misura più o meno uguale e dalle quali siamo ugualmente distanti), abbiamo visto che l’area ‘ultradem’ è morta prima ancora di nascere, mentre l’area laico-socialista è sul punto di tirare le cuoia. E allora che rimane? Rimane solo l’area della sinistra-sinistra, la Sinistra Arcobaleno e dintorni, anch’essa, in ogni caso, piena di problemi e di limiti. Ma è l’unica che, pur essendo passata nell’occhio del ciclone della Storia, conserva una sua serietà, una sua dignità, una sua consistenza politica, elettorale e culturale. Noi cominceremo a guardare con estrema attenzione in quella direzione già a partire da martedì prossimo. L’imminente Direzione Nazionale del ‘Nuovo Partito d’Azione’ decreterà la chiusura del ciclo ‘ultradem’, questo è certissimo. Contestualmente a questa chiusura, si aprirà anche per noi azionisti un nuovo ciclo politico, in parallelo con il processo di ristrutturazione che si aprirà nell’arco delle forze politiche che si situano a sinistra del Pd.

(annotazioni del 9 aprile 2008)

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Caro Flores d’Arcais, aggiornati

DIARIO ELETTORALE 2008 – (14)

Di Pietro ha causato la fine (molto prematura) dell’area ‘ultradem’, un’area morta prima ancora di nascere, l’ha liquidata e frantumata per andare in soccorso di Veltroni e per i suoi esclusivi interessi di bottega ed adesso deve finire l’opera; deve portare a Veltroni dei voti extra, provenienti da quest’area e deve continuare a recitare furbamente la parte del paladino della giustizia, della moralità pubblica, del politico nuovista che si oppone alle porcherie della Casta. Bisogna ammettere che, in parte, il gioco gli sta anche riuscendo (il resto lo vedremo dopo i risultati elettorali). Doveva far abboccare un bel po’ di pesci per rendersi utile al suo nuovo ‘dominus’ Veltroni ed un po’ di pesci stanno effettivamente abboccando, alcuni incredibilmente ingenui, altri fin troppo smaliziati. Si tratta anche di pesci pesanti; Pancho Pardi (tirato su con la promessa di una, quasi sicura, elezione al Senato), Marco Travaglio, Paolo Flores d’Arcais, chissà forse anche Nanni Moretti. Queste ultime tre adesioni mi hanno meravigliato e non poco. Evidentemente davo per scontato che personaggi simili avessero ricavato insegnamenti da certe esperienze, ma mi accorgo che non è così, non per tutti almeno. I pronunciamenti di Travaglio, Flores d’Arcais e Moretti (il regista non è stato esplicito in un confronto col pubblico di qualche giorno fa, ma dalle righe sospetto che lì andrà a parare) a favore dell’alleanza Pd-Idv non si possono liquidare con la ricerca spasmodica di una gratificazione istituzionale in termini strettamente individualistici e, quindi, meritano in ogni caso un approfondimento.
Comincio con Marco Travaglio. Dico subito che si è dichiarato a favore di Di Pietro. Voterà il partito di Di Pietro. Di tanto in tanto, sia detto per estrema onestà intellettuale, egli ha anche criticato Di Pietro, ma sta di fatto che nelle occasioni importanti ha sempre risposto al suo richiamo. Anche due anni fa fu così. Poi ebbe una polemica con Bertinotti e si dichiarò quasi un azionista. Disse, per la precisione, che se fosse vissuto ai tempi del vecchio Partito d’Azione sarebbe stato orgoglioso di farne parte. A quel punto io gli chiesi pubblicamente sul nostro sito perché allora continuava a fare il fiancheggiatore di Di Pietro, a girare lo sguardo sempre dall’altra parte quando si trattava delle cose poco chiare dell’Idv e del suo leader. Apro una piccola parentesi; io ed i miei compagni azionisti crediamo che Di Pietro e l’Idv si siano ormai bruciati da soli i loro, veri o presunti, titoli di credito o di credibilità. E non alludo solo a titoli di credito ‘politici’, come l’alleanza con Veltroni (che non è un titolo, ma il tradimento del titolo, per essere chiari), ma anche ai titoli di credito che costituiscono la rendita originaria sua e del suo partito, il loro specifico patrimonio morale, politico, ideale, storico; i titoli ‘morali’, i ‘valori’ etici, la pretesa diversità morale ed antropologica di Idv rispetto agli altri partiti. Questa diversità, ammesso sia davvero mai esistita, è svanita ormai da tempo. E’ da un bel po’ che gli azionisti, ma anche altre figure dell’area cosiddetta ‘ultradem’ come Veltri, hanno smesso di considerare Di Pietro come il paladino senza macchia e senza paura della giustizia, della legalità, della politica nuova, di quell’Italia nuova che vuol sottrarsi alla morsa soffocante della Casta e della delinquenza politica e comune. Oggi, per noi azionisti, Di Pietro è un politico come gli altri, l’Idv un partito come gli altri, un partito che adesso getta completamente la maschera e decide di puntellare proprio quel regime contro il quale ha fatto finta di battersi. Questa finzione gli ha procurato finora fortune di tutti i generi, anche sostanziosi finanziamenti pubblici, tra l’altro. Penso di poter dare per scontata la conoscenza da parte del lettore di questo blog di tutti i fatti che hanno indotto me e tanti altri come me ad una così negativa e drastica revisione di giudizio sull’uomo e sul politico Di Pietro e, di conseguenza, anche sul suo partito, che altro non è se non una sua protesi personalistica. Chiuso l’inciso. Torno a Travaglio. Non rispose a quel mio pubblico richiamo. Gli avevo toccato il suo Di Pietro e non disse più niente sull’azionismo. Quanto meno, io non ho più letto da allora una sua affermazione a favore dell’azionismo. Vedere l’azionismo in Di Pietro (se devo prendere sul serio quella sua dichiarazione cui ho fatto riferimento) è una cosa davvero difficile e voglio pensare che Travaglio ci abbia pensato su almeno un attimo e se ne sia reso conto da solo. Comunque sia, Marco Travaglio dell’azionismo non ha parlato più, di noi azionisti di oggi men che meno, e devo pensare che abbia anche lasciato perdere l’azionismo per non staccarsi da Di Pietro. Chissà…

‘Conosco le obiezioni dei critici’ – scrive Travaglio per giustificare la sua dichiarazione di voto a favore dell’Idv.

‘La gestione padronale e personalistica del partito, da cui molti si sono allontanati; la caduta di stile di far prendere al partito – sono ancora parole di Travaglio – una sede in affitto in uno stabile di proprietà dello stesso Di Pietro; la candidatura di personaggi come Sergio De Gregorio e Federica Rossi Gasparrini, puntualmente usciti dall’Idv dopo pochi mesi dall’elezione; l’adesione di Di Pietro, come ministro delle Infrastrutture, al progetto del Tav per le merci in Valsusa (sia pure dialogando con le popolazioni e discutendo di un possibile nuovo tracciato, alternativo al famigerato “buco” da 54 km a Venaus); la decisione di non chiudere la società Stretto di Messina, pur con la contrarietà ribadita al progetto del ponte; il no alla commissione parlamentare d’inchiesta sui fatti del G8 (secondo me sacrosanto, visto che le commissioni parlamentari in Italia servono a confondere le acque e a ostacolare le indagini della magistratura; ma maldestramente motivato con la richiesta di indagare anche sulle violenze dei black bloc, quasi che il parlamento dovesse occuparsi dei reati dei cittadini comuni). Per essere chiari: voterei molto più volentieri per un Einaudi o un De Gasperi redivivi’.

A parte il fatto che Travaglio sembra non conoscere tutte le altre obiezioni dei critici di Di Pietro (che sono molto più numerose e molto più invalidanti di quelle che lui ha ricordato), apprendo ora con questa sua ultima dichiarazione che i suoi modelli storici sono ancora una volta cambiati. Di Parri o Galante Garrone ora non parla più. Parla di De Gasperi. E qui davvero non si capisce più nulla. Mi fermo qui, dunque, senza proseguire in questo vano sforzo esegetico del pensiero politico di Marco Travaglio (esegesi davvero…travagliata) e gli auguro sinceramente di continuare a farsi apprezzare per quel che sa fare benissimo e cioè il giornalista giudiziario e di investigazione, scusandomi con lui se ho incautamente pensato di considerarlo un personaggio politico, magari in grado di esprimere sensati giudizi ed accostamenti sul piano della storia delle idee politiche. Si tenga il suo Di Pietro e non se ne parli più.
Veniamo a Flores d’Arcais. Anche lui si è deciso a votare il ‘meno peggio’ rispetto a Berlusconi. Per Travaglio il ‘meno peggio’ del ‘meno peggio’ è Di Pietro. A Flores basta solo un ‘meno peggio’ cioè Veltroni. Flores giustifica il voto per Veltroni (o comunque per la coalizione Pd-Idv-Radicali) dicendo che non vuol vedere Berlusconi al Quirinale fra qualche anno (concederà, voglio sperare, che non è solo lui a star male al pensiero di Berlusconi presidente della Repubblica). Quello del direttore della rivista MicroMega è quindi essenzialmente un voto ‘contro’. Non sto a dilungarmi sull’argomento sollevato da Flores, che è fin troppo noto e, direi, anche abusato, né voglio minimamente entrare in polemica con lui perché credo sinceramente al suo conflitto interiore, che è quello di tanti uomini e donne che voteranno Veltroni sull’onda del ricatto o della paura del ritorno di Berlusconi. Premesso che io andrò a votare e che annullerò il mio voto per protesta contro queste elezioni antidemocratiche ed anticostituzionali, alcune piccole e brevi osservazioni al direttore di ‘MicroMega’ le devo fare lo stesso;
a) Se la paura è pessima consigliera, questa volta ho deciso di applicare il famoso detto anche alle mie scelte elettorali ed ho deciso che farmi condizionare dalla paura è sbagliato;
b) Se Flores, forse esagerando, paventa addirittura un regime alla Putin (da parte di Berlusconi), io aggiungo anche che egli esagera nel sottovalutare i pericoli del regime che già abbiamo e che storicamente è quello nato dopo il 18 aprile 1948 (ah! Travaglio il tuo De Gasperi…) nello stesso luogo politico dove attualmente si situa il Pd. Ogni giorno, da mesi e mesi, sostengo questi argomenti, ma per Flores, così come per Pancho Pardi, mi sembra che il tempo sia rimasto fermo a due anni fa;
c) Se la speranza per l’Italia può venire solo da una sinistra rinnovata e forte, e spero che Flores d’Arcais sia d’accordo su questo, il peggior pericolo attuale per la sinistra è il neocentrista Veltroni;
d) Flores vuole votare Veltroni per esprimere essenzialmente un voto ‘contro’ (vs. Berlusconi). Ma non è proprio il buonista, l’ecumenico, l’interclassista Veltroni a sostenere che non si deve più demonizzare l’avversario (tanto che egli non lo nomina mai Berlusconi proprio per prendere le distanze da quelli come Flores), non è proprio Veltroni a dire che non bisogna più votare ‘contro’ l’avversario (che non è il nemico e che va sempre rispettato ecc. ecc.), ma che bisogna votare ‘per’ qualcuno? Allora, se uno vota Veltroni condivide ciò che dice Veltroni e se Veltroni dice bene, perché uno non deve votare per la sinistra e deve votare invece, sull’onda emotiva della paura, proprio per Veltroni? Perché non può astenersi o annullare il voto? Flores è rimasto indietro di due anni anche per questo motivo.
e) Ultima osservazione. Flores parla di Pancho Pardi e scrive:

Nanni Moretti a piazza Navona, in quei due indimenticabili minuti, ne parlò come del futuro leader della sinistra. Che invece, per anni, ha fatto di tutto per emarginarlo. Con lui avremmo in Senato i girotondi e i movimenti, e la coerenza e la passione civile del motto azionista ‘non mollare!’.

Il motto azionista ‘non mollare’ intanto lasciamolo agli azionisti vecchi e nuovi. Non è, credo, il caso di Pancho, il quale, da parte sua, ha già mollato. E i girotondi? Io non ne vedo più, e da un pezzo, di girotondi. Caro Flores aggiornati. Siamo nel 2008, non nel 2006.

(annotazioni del giorno 8 aprile 2008)

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Requiem per un’area politica mai nata

DIARIO ELETTORALE 2008 – (13)

Se Veltroni è colui il quale da un momento all’altro ha distrutto (forse per sempre) l’unità del centrosinistra e la coalizione dell’Unione (così è in effetti), Di Pietro è quello che ha distrutto l’unità dell’area da me definita ‘ultradem’ (l’area di Idv, almeno fino a poche settimane fa, di Flores d’Arcais, di Veltri, di Pardi, di Grillo, della Lista Civica Nazionale, ed anche nostra, del ‘Nuovo Partito d’Azione’). Dei nostri rapporti con la Lista Civica Nazionale ho parlato precedentemente a lungo e quindi non vorrei ripetermi. Posso solo concludere dicendo che a nemmeno ventiquattro ore dalla ufficializzazione e dalla presentazione alla stampa della LCN (avvenuta il 31 maggio dell’anno scorso al cinema Capranichetta di Roma) l’NPA ne prendeva le distanze. Successivamente avrebbe fatto lo stesso, seppure per motivi molto diversi, Beppe Grillo. Per come era stata presentata il 31 maggio 2007, la LCN non aveva più niente a che vedere con il suo progetto iniziale al quale avevo contribuito molto e, secondo me, a quel punto non aveva più ragione nemmeno di esistere. L’ho detto e scritto in tutte le salse nei mesi scorsi (cfr. il sito nazionale dell’NPA ed il mio precedente blog su Tiscali).
Lo scioglimento repentino della LCN, anche abbastanza clamoroso se si tengono a mente i mirabolanti proclami di Piazza Farnese, e la spaccatura che vi si è creata tra i suoi quattro promotori hanno dato ampiamente ragione a noi azionisti. Il meccanismo perverso innescato da Veltroni si è riflesso quindi, mediante Di Pietro, anche sulla LCN che è stata una meteora pretenziosa e velleitaria. Veltri e Beha sono rimasti sulle loro posizioni di lotta intransigente e coerente al regime, mentre Alagna e Pardi hanno ceduto alle lusinghe della rappresentanza parlamentare (poi è da vedere se in Parlamento ci entreranno davvero o no, ma questo è un altro discorso). Su quanto accaduto realmente all’interno della LCN non ne so di più di chiunque abbia letto le polemiche intestine apparse sul blog della LCN, ma avendo partecipato all’impresa, almeno nella prima fase, posso dire che a Veltri la rappresentanza in Parlamento certo non sarebbe dispiaciuta, purché ottenuta combattendo in nome della LCN e dei principi contenuti nel ‘Manifesto per la riforma della politica’ di cui il sottoscritto fu uno dei primissimi firmatari. Il problema è quindi come, non se, arrivarci in Parlamento. Cedendo sui punti fondamentali del proprio impegno, come ha fatto una parte degli aderenti all’ex LCN, compromettendosi fino in fondo con quei partiti che si volevano combattere, andando a Canossa (cioè andando poco dignitosamente a bussare alle porte dei partiti della Casta e del Regime, fra cui bisogna inscrivere anche l’Idv, secondo il giudizio di Veltri ed anche secondo il mio) oppure tenendo duro all’insegna del motto azionista del ‘non mollare’?
Pardi ed Alagna per diventare onorevoli di Stato hanno fatto proprio ciò che mai e poi mai andava fatto da parte loro (il discorso vale soprattutto per Pardi). Doppio passo falso anzi, perché andare ad accasarsi da Di Pietro ha significato per Pardi andare ad accasarsi anche da Veltroni e dal Pd, il partito che costituisce il vero epicentro della casta e del regime. Veltri non lo poteva fare, non poteva rinnegare le sue convinzioni andando ad implorare la generosità di quel Di Pietro al quale non ha lesinato negli ultimi anni durissime critiche. Persona di ben altra statura Elio e veramente troppo ‘onorevole’ per sconfessare e umiliare se stesso in cambio di un seggio da onorevole in Parlamento, anche se purtroppo non si è dimostrato molto lungimirante sul piano politico. In ogni caso, ormai è acqua passata; non è il caso di perderci più altro tempo tanto più che i problemi di quest’area non sono solo quelli sperimentati all’interno della Lista Civica Nazionale. Il problema principale, che ha trovato immediatamente conferma nei fatti politici delle ultime settimane, mi sembra che si possa sintetizzare nella ormai acclarata impossibilità di formare un unico polo che racchiuda tutta l’area. E probabilmente questa non è neppure la causa primaria; quest’ultima probabilmente risiede (ma non se è mai accorto nessuno) nel fatto che quest’area politica non ha consapevolezza culturale di se stessa. Chi avrebbe dovuto lavorare su questa consapevolezza, chi avrebbe dovuto lavorare per la sua unità politica in forma di alleanza federativa? La risposta è obbligata; Antonio Di Pietro perché IDV era l’unico soggetto politico già sufficientemente strutturato e rappresentato nelle istituzioni e sul territorio. Nelle aree politiche e culturali che hanno consapevolezza di se stesse, cioè di esistere, questa ovvia dinamica è stata innescata. Si prenda il caso della sinistra cosiddetta radicale e di derivazione marxista. Lì c’erano già quattro partiti parlamentari, e non associazioni informi ed estemporanee o velleitarie, eppure si sono federati nella Sinistra Arcobaleno. Invece l’area ‘ultradem’ (attenzione; io sono il primo a darle un nome, ma un nome ufficiale ancora non ce l’ha a cinque anni dall’emergere del fenomeno dei girotondi) è stata un’area di monadi leibniziane, ogni monade narcisisticamente (a parte noi dell’NPA) sufficiente (per modo di dire ovviamente) a se stessa, senza bisogno di confrontarsi stabilmente con gli affini e di stringersi in un’alleanza con loro, il che avrebbe rappresentato senz’altro non solo l’unica vera novità di queste rassegnate e deprimenti elezioni, ma anche un fattore determinante per i futuri equilibri politici del nostro Paese. Per trovare il primo colpevole del fallimento di quest’area ho fatto, e non certo a caso, il nome del leader dell’Idv. Mentre Bertinotti ha lavorato per unire la sua area contro Veltroni, Di Pietro, dimostrando (ancora una volta) di essere più un abile e ruspante politicante che un politico di valore (capisco pure che lui possa pensare che l’Italia dei suoi ‘valori’ non sia l’Italia dei miei valori o dei valori di Elio Veltri ed allora ciò vorrebbe dire anche che i protagonisti di quest’area politica hanno vissuto per lunghissimo tempo in una colossale commedia degli equivoci e degli inganni), che cosa ha fatto? Esattamente il contrario di quanto avrebbe dovuto fare se lui fosse stato veramente un leader. Un vero leader è come un capitano coraggioso che non abbandona nella tempesta i suoi uomini e la sua nave, che si sente responsabile per loro, che si fa carico di organizzarli, che pensa al loro bene e che lascia la nave traballante per ultimo e solo dopo aver messo in salvo i ‘suoi’ uomini. Di Pietro invece cosa ha fatto, fuor di metafora? Ha mollato la sua area (di cui francamente non so neppure se abbia mai avuto coscienza oppure no) ed è passato armi e bagagli (scappando per primo sulla scialuppa con i suoi fedelissimi) a Veltroni ed al Pd. Avrebbe potuto diventare il capo di una nuova e determinante area politica, portatrice di speranza e di rinnovamento, fregarsene anche dello sbarramento del 4%, avrebbe potuto fare tante belle cose, ed invece si è accontentato di fare il gregario di Veltroni. Voglio fare una precisazione; io, come credo tanti altri, sono scandalizzato da questa operazione trasformistica di Di Pietro, ma, al tempo stesso, non me ne meraviglio affatto. Così come prevedevo che la LCN sarebbe andata a sbattere contro un palo, intuivo già da tempo che il vero desiderio di Di Pietro era quello di ‘sistemarsi’, appena possibile, nel Pd o, comunque, a fianco del Pd ed è puntualmente accaduto anche questo. Era pronto a farlo addirittura con la cosiddetta Rosa Bianca, figuriamoci se si faceva scrupoli ad allearsi con Veltroni, ma facendo così ha decretato anche la fine prematura dell’area ‘ultradem’. A Di Pietro si sono accodati anche Alagna (e questo fatto non mi era proprio difficile prevederlo), poi Pancho Pardi, Paolo Flores d’Arcais, Marco Travaglio e finanche (se ho ben capito) Nanni Moretti. Rimasti invece a custodire l’intransigenza etica e l’autonomia dell’area ‘ultradem’; noi azionisti, Elio Veltri, Oliviero Beha, molti ex LCN e Beppe Grillo con i suoi MeetUp. Anche qui (come nel caso dell’Unione, tradita e affondata da Veltroni) si tratta di una drammatica spaccatura difficilmente ricomponibile, a mio parere. Si potrebbe dire, parafrasando una celebre canzone, che la festa dell’area ultradem, ‘appena cominciata, è già finita’. Oppure si potrebbe usare la metafora fallaciana della lettera ad un bambino mai nato. Sì, può essere proprio che l’area ultrademocratica in effetti non è mai nata e che ci siamo cullati un po’ tutti su questo sogno collettivo di catarsi, di rinnovamento, per costruire una nuova area politica della sinistra (per altri invece, mi riferisco a certi ‘civici’ o cinici, non si doveva neanche più parlare di sinistra e tutto sarebbe dovuto restare nell’indistinto; strategia, identità, posizionamento, alleanze ecc.) che sarebbe stata la novità tanto attesa e che avrebbe avuto una potenzialità concreta di raccogliere almeno un 7-8% dei voti, scompaginando così tutti i giochi già fatti da Veltrusconi. Come è accaduto in tante situazioni analoghe, c’è stato chi si è speso, impegnando la sua faccia, il suo nome ed anche tempo ed energie preziosi, e poi ci sono stati i furbi e gli opportunisti (non uso la parola traditori perché sembra sia passata di moda), sempre pronti a passare alla cassa dell’avversario e sempre puntuali nel rovinare tutto.

(annotazioni del 7 aprile 2008)

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Quadro aggiornato delle sinistre (o della Sinistra) in Italia

DIARIO ELETTORALE 2008 – (12)
Mesi fa, sull’altro blog che conducevo sulla piattaforma Tiscali, cercavo di fornire un’immagine semplificata dell’allora vigente alleanza unionista di centrosinistra, scomponendola per blocchi omogenei. A parte il partito di Mastella e la Margherita, il centrosinistra si poteva, almeno idealmente e virtualmente, rappresentare mediante quattro blocchi più o meno omogenei, più o meno corrispondenti a quattro sinistre diverse. Rispettivamente;
1) la prima Sinistra, rappresentata dai Ds, la cosiddetta sinistra riformista;
2) la seconda Sinistra, di ispirazione marxista e radicale, con l’aggiunta dei Verdi (l’attuale Sinistra Arcobaleno);
3) la terza Sinistra, laico-socialista, che si identificava con il Ps, con i Radicali più qualche aggiunta laica (Psdi, movimento di Bertinoro, repubblicani europei, ecc.);
4) la quarta Sinistra che era un aggregato emergente ed ancora non strutturato, eppure vivo ed esistente, coincidente con quella nuova area resistenziale, della società civile, girotondina, legalitaria e soprattutto, direi, essenzialmente ultrademocratica (la definirò d’ora in avanti col termine ‘ultradem’). In quest’area c’erano fino a pochissimo tempo fa il partito di Di Pietro, la rete dei MeetUp facenti capo a Beppe Grillo, la Lista Civica Nazionale di Veltri, Pardi, Alagna e Beha (ed alla quale in un primo momento, come è noto, aveva contribuito molto anche il sottoscritto) ed infine il ‘Nuovo Partito d’Azione’.
Lo ‘tsunami’ innescato da Veltroni e le elezioni improvvise hanno modificato profondamente (e credo in modo irreversibile) il paesaggio politico appena descritto. Al momento attuale, dopo l’operazione Pd, dopo l’implosione improvvisa e rapidissima del partito di Mastella, dopo la rottura Pd-sinistra radicale, dopo il voltafaccia incredibile di Di Pietro e la quasi affiliazione di Idv al Pd e dopo gli altri fatti noti a tutti di queste ultime settimane, la situazione all’interno del centrosinistra (si può parlare ora solo di centrosinistra e non più di Unione che è fallita) è profondamente mutata. La prima Sinistra non esiste più, non solo come conseguenza dell’operazione Pd, ma soprattutto come conseguenza delle dichiarazioni e dei comportamenti di Veltroni. Il Pd è ormai un partito di centro, forse la nuova vera Dc (altro che il piccolo partito di Pizza) e quindi con la sinistra non ha più niente a che vedere, anzi il Pd si prefigge soprattutto il compito di distruggere la sinistra. Il Pd ha distrutto l’Unione (altro che i piccoli partiti di Mastella e di Dini) ed ha tradito la sinistra. Questa è la verità, altro che storie.
Il quadro della Sinistra italiana si presenta ora nel modo seguente;
1) La prima Sinistra diventa quella radical-marxista (in altre parole la Sinistra Arcobaleno) ed a sinistra di questa si apre lo spazio per un nuovo piccolo polo elettorale e politico, ma non culturale, costituito da Ferrando, Turigliatto e dal Partito di Alternativa Comunista più altre minuscole formazioni (sempre) comuniste (in fondo non è un vero polo autonomo, ma un’estensione estrema della SA, all’interno della quale insistono già ben due partiti comunisti);
2) La Sinistra laico-socialista perde i radicali e perde i repubblicani che entrano, credo definitivamente sia gli uni che gli altri, nel cono di influenza Pd e si riduce così al solo Ps (o pochissimo di più) con l’incubo di perdere la sua rappresentanza parlamentare. E’ un’area culturale e politica che non ha più forti motivi di distinzione e di proposizione, ma che, soprattutto, se dovesse uscire dal Parlamento rischierebbe fortemente la definitiva e totale sua estinzione;
3) La terza Sinistra (quella che era fino a due mesi fa potenzialmente la quarta), l’area dove noi azionisti abbiamo agito per la maggior parte del tempo da quando il nostro Partito è nato. Anche in questa area politico-culturale, anche in questa specifica zona della Sinistra, sono successe molte cose traumatiche nel corso delle ultime settimane. Quest’area richiede quindi un discorso specifico e dettagliato, anche perché era o è quella più giovane e fluida, la meno conosciuta e strutturata.

(annotazioni del 4 aprile 2008)

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