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Archive for ottobre 2008

La società azionista e la riconversione del capitalismo

 

Il ritorno del centrosinistra e dei movimenti in piazza è l’unica bella notizia di quest’autunno 2008 contrassegnato da una paura e da una crisi che non si ricordavano da intere generazioni. Il mondo è sull’orlo del precipizio economico-finanziario e la colpa è delle destre di tutto il mondo che hanno imposto ai popoli un liberismo sfrenato che ha generato solo speculazione e disastri. Questa destra è in declino ed il primo segno di questo declino lo daranno proprio gli Stati Uniti fra poche settimane alle elezioni presidenziali. Quindi la destra italiana ha ben poco da pavoneggiarsi con sondaggi, veri o artefatti, che la danno in stabilità o addirittura in crescita di consensi. Il bluff non reggerà ancora per molto dinanzi ad una crisi che sta svelando gli altarini del liberismo. Non reggerà per molto soprattutto se il centrosinistra saprà trovare quella sintesi culturale e politica che gli manca da diverso tempo.
La crisi epocale del capitalismo è la dimostrazione che le ricette della destra, da qualsiasi punto di vista le si analizzi, sono catastrofiche non solo per l’Italia e per l’Occidente, ma per tutti i Paesi della Terra. Sono ricette comunque datate, non adeguate alla novità di questa tremenda crisi finanziaria ed economica globale. La crisi non è cominciata in realtà con l’esplosione della bolla dei mutui subprime, ma nel giorno in cui Bush tagliò le tasse ai miliardari che neanche l’avevano chiesto e, nel contempo, i servizi a milioni di americani, che diventarono, da lì a poco,  homeless o senza assistenza medica. Tutti si buttarono da quel momento in grandi e piccole avventure speculative per pagarsi non solo la casa, ma l’assistenza sanitaria, la scuola per i figli (i colleges universitari negli Stati Uniti costano un occhio della testa e negli USA il concetto di scuola e di università che abbiamo noi in Europa ed in Italia è semplicemente impensabile). Non avendo tutte queste cose basilari e scontate per un cittadino europeo, molti americani sono stati indotti a rovinarsi, non tanto per raggiungere il fasullo ‘american dream’ dell’arricchimento individuale, ma molto più semplicemente per cercare di avere una casa, una assistenza sanitaria ed una istruzione per i figli. Alla fine il sistema capitalistico americano è letteralmente “impazzito”, diciamo così, e si è spinto ad offrire mutui a tassi variabili anche ai più poveri cioè proprio a coloro che sono stati emarginati da quel tipo di sistema capitalistico. Costoro hanno sottoscritto i mutui ‘subprime’ senza avere un soldo per pagare le rate ed è stato il crack a cui tutti stiamo ansiosamente assistendo. La lezione del 1929 è stata dimenticata. La cosa che serve di più sia alla democrazia moderna che al capitalismo odierno è la redistribuzione della ricchezza cioè proprio lo spauracchio delle destre liberiste occidentali, sia di quella americana che di quella italiana. Non serve continuare ancora nella stolta strada delle destre al governo di ridurre ancora la tassazione, specie ai più ricchi e specialmente in un momento di recessione e di apocalittica ansia sociale come il presente. E’ ormai dimostrato che ridurre le tasse ai ricchi ed anche ai benestanti, non solo è una cosa che il sistema Italia purtroppo non può permettersi a causa dell’altissimo e cronico debito pubblico, ma non produce maggior reddito spendibile da destinare ai consumi e quindi in sviluppo economico. Gli unici che possono rialzare veramente l’indice dei consumi sono proprio e solo i poveri (che sembrano essere arrivati alla stratosferica cifra di 15 milioni di nostri connazionali). Sia detto per onestà intellettuale, ai noi del ‘Nuovo Partito d’Azione’ non sembrano adeguate neppure le soluzioni avanzate da tutto il resto del centrosinistra, dal PD fino a Rifondazione Comunista. In altre parole, riteniamo del tutto inadeguate e socialmente miopi le ricette che portano inevitabilmente al solo incremento salariale o alla sola defiscalizzazione dei salari. Così facendo il centrosinistra, dalle sue espressioni più moderate (Pd) fino a quelle più radicali (PRC), continua a condannare qualche milione di cittadini italiani marginali e non garantiti alla disperazione più nera. Questi cittadini sono il nucleo più povero dei poveri. Se i poveri si calcolano in 15 milioni, la “seconda società”, da tutti dimenticata fuorché dal Nuovo Partito d’Azione (che però è ancora troppo poco visibile per poter assumere la rappresentanza piena  di questo vasto agglomerato sociale), assomma a mio parere a non meno di 3-4 milioni di persone (forse anche qualcosa in più). La ragazza precaria del call-center di Milano, il cinquantenne licenziato per chiusura della fabbrichetta di Anagni, il giovane musicista jazz del quartiere Testaccio di Roma che si aggrappa a tanti saltuari lavoretti in campo musicale e culturale, il piccolo ambulante di Caserta, il sottoproletario dei Quartieri Spagnoli di Napoli o del quartiere Zen di Palermo, il piccolo contadino sardo o il piccolo commerciante di Vibo Valentia fallito a causa del racket dell’usura appartengono a mondi diversi che forse non verranno mai a contatto fra di loro, come invece può capitare per altri soggetti sociali, ma hanno tutti una cosa in comune; sono cittadini soli, disperati, non hanno nessuno alle spalle che si preoccupi di loro, nessuna garanzia, nessuna rappresentanza politica o sindacale, nessuna famiglia potente o “famigghia” alle spalle, nessun organo di informazione che parli di loro. Sono la “seconda società”, la società sommersa e degli invisibili. Ci vogliono quindi ben altri interventi oggi come oggi; ci vuole uno strumento di redistribuzione in termini direttamente monetari che impedisca alle famiglie più emarginate e sole, agli individui che non hanno alcun riparo, di poter vivere con un minimo di tranquillità e di dignità. Occorre agire sulla riduzione dei prezzi più che sull’aumento dei salari, bisogna parlare di tassazione e perequazione dei grandi e medi patrimoni e non solo di aumento dei redditi da lavoro dipendente, senza dimenticare la perequazione delle opportunità che vuol dire debellare familismo e clientelismo. Insomma una riforma complessiva dello Stato, della società e dell’economia ispirata dalla bussola dei bisogni e dei meriti. E poi, passata la fase più drammatica dell’emergenza finanziaria, occorre delineare un tipo di società che sia in sintonia con i bisogni non delle corporazioni,  delle caste, delle classi o delle lobbies, ma dell’uomo. Noi azionisti riteniamo che sia il capitalismo nella sua versione liberista, sia il comunismo, sia la socialdemocrazia (che si limita a tosare la pecora capitalistica senza intervenire sulla progettazione di una società di tipo nuovo e che spesso si è persa nelle secche del burocratismo) non siano più modelli adatti all’umanità di oggi. Oserei dire che stiamo sforzandoci di pensare un nuovo tipo di società che potrebbe essere definita la società azionista. “Azione” qui vuol dire molto di più di quello che a prima vista può sembrare. Sia nell’ambito istituzionale, che nell’ambito della società e dell’economia, l’azionismo è il paradigma di una società che pensa la democrazia come un processo rivoluzionario ininterrotto. Il massimo che posso rimproverare all’azionismo stesso è di aver pensato molto allo Stato e poco al Capitale. Ma la democrazia può avanzare come processo ininterrotto (inteso così l’azionismo risulta l’erede non solo dello storico PdA 1942-1947 e ancor prima del partito risorgimentale mazziniano, ma addirittura di tutte le rivoluzioni della prima Modernità; da quella inglese del 1600 con Oliver Cromwell fino alla rivoluzione giacobina francese del 1789), come azione permanente anche nell’ambito dell’economia e della società dominate dal Capitale (ma non solo dal Capitale). Non c’è nessun bisogno di diventare comunisti o marxisti per fare tutto ciò. Anzi direi che, per mille motivi, ciò che proprio non bisogna fare è diventare comunisti per pensare all’utopia concreta di una società liberata dal dominio del Capitale anche perché la Storia ci ha insegnato che se si elimina il dominio del Capitale privato, come nel comunismo, allora a quel punto o subentra il dominio del capitale statale oppure la dittatura pura e semplice di una casta politica che si impadronisce in modo menzognero della classe lavoratrice ed operaia e del suo nome. Per quanto riguarda l’esperienza dei partiti comunisti occidentali nel secondo dopoguerra, e segnatamente del PCI e poi del PDS fino agli attuali partiti comunisti, l’unica cosa positiva che si può dire della loro esperienza è che essi hanno premuto per la costruzione in Italia di un Welfare State minimo (ma noi azionisti ci rifiutiamo persino di definirlo tale); molto più modestamente il loro compito è stato quello di aver contribuito a costruire una società né solidaristica, né del benessere, ma meramente assistenzialistico-corporativa, che ha lasciato tutti i problemi strutturali italiani al punto in cui stavano, senza aver risolto il problema della povertà estrema. Anche negli Stati che hanno realizzato sul serio il Welfare (e mi riferisco ai paesi socialdemocratici dell’Europa del Nord), mai si è messo in discussione il principio del dominio del Capitale o dell’egemonia dello stesso. Voglio ancora una volta chiarire bene la specificità della nostra posizione azionista rispetto alle ricette delle destre (liberismo selvaggio), dei comunisti (società senza iniziativa e proprietà private) e dei socialdemocratici (tosatura dei capitalisti e redistribuzione burocratica dei redditi senza la proposizione di modelli alternativi e/o complementari). Una società azionista deve essere una società in cui domini il rigore etico e morale nell’ambito dello Stato e della società, ma anche nell’ambito della vita economica. Nonostante ciò, neppure una mera moralizzazione della vita finanziaria (già di per sé preziosa) può più bastare. Ad un certo punto, il capitalismo lasciato ai suoi ‘animal spirits’ ha la tendenza di concentrarsi e tale concentrazione, più che il capitalismo in se stesso, è la vera cosa immorale. Non si tratta neanche più di statalizzare imprese e banche; si tratta di progettare una società equilibrata ed a misura d’uomo e non del Capitale in cui il capitalismo può avere diritto di cittadinanza solo se ritrova o trova per la prima volta la sua funzione sociale. In altre parole, noi non vogliamo, come dicono i comunisti, l’abbattimento del capitalismo o la fuoriuscita da esso (verso che cosa? I comunisti di oggi non sanno ancora rispondere a questa domanda), ma vogliamo la sua riconversione insieme alla sua relativizzazione. No all’assolutismo del Capitale, tanto per intenderci con uno slogan.
E’ chiaro che progettare una società di tipo nuovo, un processo che contempli al suo interno anche una “rivoluzione democratica del Capitale” e non solo dello Stato o della società civile abbisogna di una grande fantasia progettuale e di un disegno organico in cui finanza pubblica statale, controllo dei prezzi, lotta alla speculazione, politica dei redditi, imposta patrimoniale, reddito sociale e redistribuzione dei redditi (ma anche, ne parleremo già dalla prossima Direzione Nazionale del nostro Partito, di perequazione dei patrimoni), privato sociale, Terzo Settore si tengano tutti insieme proprio come nel programma del Nuovo Partito d’Azione, il programma più riformista e nel contempo più rivoluzionario che un Partito nazionale italiano abbia finora partorito. E nonostante ci sentiamo già all’avanguardia culturale e programmatica, non ci fermiamo ancora. Riprendendo un’idea di Pasolini, possiamo anche dire che noi azionisti riteniamo che il fine di una società non debba essere lo sviluppo meramente quantitativo, ma il progresso vero. Il progresso vero è la cifra dell’Occidente (e noi siamo un partito di stampo occidentale, ma anche su questo tornerò a breve in un prossimo scritto), non lo sviluppo del PIL. Ormai Paesi che non hanno ancora assicurato ai loro popoli gli standard minimi di democrazia, ci stanno superando nel PIL e nella forza capitalistica e finanziaria (vedi India e Cina, ma anche Emirati Arabi Uniti che stanno diventando i padroni delle nostre imprese). E se la Modernità occidentale si misurasse solo dai suoi segni esteriori e non dalle sue profonde radici interiori allora dovremmo parimenti constatare che oggi Shangai o Dubai sono città più moderne delle nostre, la Cina e gli Emirati Arabi Uniti nazioni più moderne delle nostre, che la Modernità è emigrata lì insieme a tante nostre imprese occidentali. Ma non è così (o almeno non ancora). Allora per noi il sintomo del progresso potrebbe anche non essere più l’accrescimento della ricchezza individuale o statale o del capitalismo nazionale, ma la felicità individuale. E questo sarebbe un ulteriore colpo rivoluzionario alla egemonia non solo economica, ma anche culturale del Capitale. Altre idee verranno fuori man mano. Ne avanzo ancora due di cui in Italia o almeno nei partiti italiani non c’è traccia. Mi riferisco alle politiche del microcredito che Mohammed Yunus ha sperimentato con tanto successo in uno dei paesi più poveri del pianeta, il Bangla Desh ed alla Banca delle Ore. Io metto realisticamente in conto anche che nessuna idea nuova e rivoluzionaria potrà mai espellere il capitalismo dalle nostre società (che l’hanno inventato. Basti ricordare che le prime banche sorgono nella Firenze del 1300), ma nulla ci vieta di pensare e di proporre istituzioni e modelli alternativi e paralleli che riequilibrino un Capitale che, ormai è assodato, se lasciato senza limiti e senza fattori calmieranti (magari i fattori calmieranti possono essere quelli derivanti da istituzioni di tipo alternativo come ad esempio il terzo settore, il privato sociale, e, perché no?, l’Esercito del lavoro teorizzato dal grande azionista Ernesto Rossi), è condannato a ripetere ciclicamente sempre gli stessi errori ed a risultare un flagello, non solo per i Paesi del Terzo e del Quarto Mondo, ma anche per gli stessi popoli occidentali ed in definitiva un flagello proprio per se stesso.
 

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