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Archive for novembre 2008

Replica sulla società azionista

 
                                      
                                  
 
Comincio dall’azionismo dicendo a Massimo Messina che non abbiamo la pretesa assoluta che il nostro azionismo sia l’unico storicamente manifestatosi. Sappiamo bene che ci sono e soprattutto ci sono state varie correnti dell’azionismo e del liberalsocialismo. Certo è che dal momento che siamo l’unico soggetto azionista del panorama politico italiano odierno cercheremo, nei limiti del possibile, di racchiuderle tutte. Se questo sarà sempre possibile non mi è però dato di affermarlo con certezza fin da questo momento. La cosa determinante è che abbiamo fatto una scelta ben chiara di quale possa essere la proposta neoazionista che ci piace e che riteniamo l’unica dotata di forza penetrativa. Tale proposta è esattamente quella che la stragrande maggioranza dell’NPA sta assumendo come propria. Vengo subito agli altri punti. Io tanto mite, a dire il vero, non sono, se debbo parlare solo per me personalmente così come tu fai per quel che ti riguarda. Il mite giacobino era una evidente allusione a Galante Garrone che scherzava su quel “mite” per difendersi dalle violenti accuse della nostra destra ‘stracciarola’ che voleva far passare gli azionisti, specialmente gli azionisti torinesi, per dei novelli Robespierre livorosi ed avidi di sangue. Al che Galante Garrone ed altri rispondevano che gli azionisti avevano imbracciato le armi nella Resistenza non per instaurare il Terrore, ma per farlo finire ed io aggiungerei anche che se quello, il PdA, era il “partito dei fucili”, quei fucili avevano il compito di stroncare la barbarie di chi imbracciava i mitra per seminare ovunque la morte. Sui successivi punti ti prego di non considerarmi sempre come la voce ufficiale del Partito. Come vedi, sto scrivendo sul mio blog personale e quindi ti prego di interpretare alcune mie considerazioni come l’espressione anche dell’intellettuale e non solo del politico o del segretario del Partito. E’ effettivamente molto probabile che se fossimo vissuti in una democrazia di fatto oltre che di nome il ’68 ed il ’77 non ci sarebbero stati. E’ comunque prudente tener conto anche del fatto che la nostra o la mia interpretazione del ’77 è una interpretazione particolare e che nel ’68 ci sono state diverse anime. Io personalmente sono sempre stato vicinissimo all’anima hippy, beat, libertaria, rock, californiana del ’68 e molto ma molto meno (o, se vuoi, proprio per niente) a quella che si è imposta in modo maggioritario in Europa ed in Italia, l’anima dell’estremismo comunista che ha molte responsabilità anche sulla mancanza di risultati del ’68. E’ un discorso molto complesso che non mi azzardo neppure a voler svolgere in questa sede. Comunque era dubbio che i movimenti avrebbero potuto ricondurre i partiti nell’alveo di una vera democrazia. Non dimentichiamoci mai che viviamo in Italia, non in Danimarca o Norvegia. Quel che è politicamente più importante è che tu concordi con me (e con l’NPA) sul fatto che la nostra democrazia sia stata massacrata. Altrettanto importante è che tu sottoscriva in pieno la teoria e la pratica della ‘seconda società’ alla quale come giovane precario senza santi in Paradiso appartieni indubbiamente. In sede più teoretica potrei anche farti notare che il nucleo della teoria della seconda società, da noi reinterpretata ed aggiornata secondo un’ottica diversa, proviene storicamente proprio dal ’77, ma questo è un discorso che si può tranquillamente tralasciare in questa sede. Dovremmo elaborare anche una teoria del “regime”, ma anche questo è un compito che possiamo affrontare successivamente. Nel frattempo, i giovani si stanno finalmente svegliando e la cosa non può che farmi un immenso piacere. Caro Massimo, la nostra base sociale (se ti riferisci alla ‘seconda società’) ci comprende eccome e noi la comprendiamo benissimo. Qui il problema non è nella nostra capacità di farci capire, ma nella possibilità di parlare pubblicamente e di raggiungere con la nostra voce una base sociale che ammonta almeno a tre milioni di italiani. Questo è il vero problema, fidati di me. Dove invece non c’è possibilità di intesa tra me e te (lasciamo stare gli altri compagni che, se vogliono, possono intervenire per conto loro sul tema) è sulla legittimità di poteri occulti o di associazioni segrete che contraddicono sia lo spirito dell’autentica laicità che quello della più radicale istanza democratica, per non parlare della legalità. In questo noi dell’Npa siamo (a quanto pare con la tua sola nota di dissenso che, come vedi, benché assolutamente non condivisa non viene né stroncata, né stigmatizzata) nel filone maggioritario dell’azionismo, anche se so bene che, almeno fino ad una certa data, c’erano tra gli azionisti del vecchio PdA degli aderenti alla Massoneria. Purtroppo per te e per chi la pensa come te la cronaca nera quotidiana parla da sola a proposito del vero ruolo di quel tipo di associazione. Poi abbiamo anche uno Statuto e, come tutti i partiti seri, a quello ci atteniamo scrupolosamente. Il nostro Statuto parla chiaro su quel punto. Concludo la mia replica a te Massimo toccando nuovamente il punto del liberismo. Abbiamo detto di lasciar perdere i nominalismi astratti. Bene. Osservando vari fenomeni che stanno determinando una apocalissi sociale ed economica planetaria la stragrande maggioranza dei commentatori ne dà colpa al liberismo selvaggio. Poi possiamo chiamare il liberismo selvaggio anche topolino, ma la cosa è quella lì che stiamo vedendo con panico ed angoscia da circa un anno. Anche prima dell’ultimo anno le cose non andavano bene lo stesso. Forse questo è il punto che dobbiamo approfondire di più noi neoazionisti ed è quello maggiormente sollevato anche da Piero Ferrari e da Andrea Fontana. Giustamente Piero fa una distinzione fra liberismo selvaggio e capitalismo. Il capitalismo è un fenomeno più vasto del liberismo selvaggio, che è la cifra delle destre di tutto il mondo nell’epoca contemporanea. Non c’è solo il capitalismo alla maniera sudamericana o alla maniera dei conservatori Usa. Una volta a questi modelli di destra si contrapponeva anche il modello renano. La socialdemocrazia scandinava ha stretto da decenni un patto con il capitalismo (l’antesignano ideologico di quel patto era Eduard Bernstein con I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia del 1899). Il socialismo liberale di Rosselli procede anch’esso dalla originaria intuizione di Bernstein. E quando la Agnes Heller negli anni ’70 (erano proprio le teorie della Heller che andavano più di moda nel movimento del ’77 italiano) teorizzava la “società radicale” sostenendo, in sostanza, che la democrazia può sussistere anche senza il capitalismo, io fui l’unico a replicare da un punto di vista riformista rigettando quella dissociazione perché dicevo (cfr. Riformismo e bisogni. prima edizione Milano 1982, edizione definitiva Antonio Pellicani, Roma, 1990) che è esattamente il contrario; il capitalismo può vivere (ed anche molto bene) senza la democrazia, ma la democrazia non può vivere senza la libera iniziativa privata e senza il capitalismo, tanto è vero che il capitalismo senza la democrazia lo vediamo sia nei  sistemi politici comunisti (Cina) che in quelli fascisti del Sudamerica, ma il contrario non l’abbiamo mai visto. Bene, ma noi del ‘Nuovo Partito d’Azione’ non abbiamo mai detto che bisogna abolire l’iniziativa e la proprietà privata ed io non posso davvero essere sospettato di anticapitalismo ideologico e preconcetto. Sorprenderò Massimo Messina dicendogli che per un breve periodo ho guardato con un certo interesse ed un certo limitato favore anche al movimento ‘libertarian’ californiano. Ho riflettuto molto sulla congruità dello Stato minimo di Nozick ed una volta, anche per gusto del paradosso, ho addirittura detto in una intervista ad un quotidiano che non sarebbe del tutto assurdo neppure pensare ad un ossimorico ircocervo libertariano-socialista a patto che fossimo capaci poi di eliminare quasi completamente le spese dell’apparato pubblico statale, a cominciare dai troppi sprechi e dai troppi privilegi. In teoria, forse sarebbe pure possibile e così ragionavo da filosofo della politica. Poi da politico, anni dopo, in un’altra veste ed in altri contesti storici, faccio dei discorsi che possono anche essere abbastanza diversi. Comunque ricordo queste cose per dire (soprattutto al compagno Messina) che non sono e non siamo degli anticapitalisti forsennati. Se lo fossimo, avremmo già da tempo preso la tessera di qualche partito comunista. Invece siamo azionisti; né di destra (cioè né liberisti selvaggi), né comunisti, ma neppure più socialdemocratici sic et simpliciter. Siamo azionisti.
Ed io come segretario del ‘Nuovo Partito d’Azione’, un partito sì ancora molto piccolo, ma  in sicura crescita e che vuole avere un futuro (al contrario di molte sigle e siglette estemporanee o doppione o mere liste elettorali, destinate, come già stiamo vedendo, alla sparizione), so che il nostro non sarà un partito inutile o doppione o incolore solo se riusciremo a proporre (anche) un nuovo modello di società che si differenzi dai tre modelli testé citati, tutti ormai obsoleti (per quanto io ponga il modello socialdemocratico di dieci spanne al di sopra degli altri due). Sul liberalsocialismo ripeto cose già dette molte volte; il liberalsocialismo resta ancora una formula troppo vaga se non riempita di precisi input programmatici. In aggiunta, il liberalsocialismo non è ancora azionismo, altrimenti potremmo addirittura essere anche dei sodali di Sacconi o di De Michelis e potremmo anche sostenere Berlusconi, come molti (sedicenti) liberalsocialisti di provenienza Psi (oggi Nuovo PSI o FI) hanno fatto e purtroppo stanno ancora facendo. Con questo entro anche nel merito delle cose dette da Andrea Fontana. A quest’ultimo devo ribadire molte delle cose che a suo tempo ebbi modo di dirgli e cioè che certamente il liberalsocialismo non è né un socialismo che può andare d’accordo con la destra berlusconiana, né la sovrapposizione di socialismo e di liberismo (che è veramente una bestemmia se per liberismo intendiamo non la cosa reclamata da Messina, ma ciò a cui tutti stanno assistendo in questi ultimi tempi). Voglio far notare che questa mentalità liberista (ma il problema non è solo il liberismo) o conservatrice-moderata, in campo economico e sociale è presente anche in ampi settori dello stesso centrosinistra (Pd, Ps ed anche Idv non ne sono assolutamente estranei). E’ un’eresia di sinistra, caro Andrea, qualcuno, nel caso dell’NPA, si spinge addirittura a dire di “estrema sinistra”. Una sinistra o addirittura una estrema sinistra, quella NPA, al tempo stesso non anticapitalista (sembra un paradosso essendo stati abituati alla ‘rossa’ sinistra italiana), ma sicuramente antiliberista, sicuramente opposta, concordo con Piero Ferrari, all’assolutismo egemonico ed antidemocratico del Capitale celebrato dal liberismo selvaggio di scuola “Chicago Boys”.
Sempre per Andrea; abbi pazienza, caro Andrea, ma se uno vuole un liberalsocialismo alla De Michelis sa a che partito iscriversi e se vuole un liberalsocialismo azionista, molto progettuale e sperimentale e molto di sinistra, sa pure che esiste il Nuovo Partito d’Azione. Non ci siamo iscritti alla Costituente socialista sia per motivi di forma (non abbiamo intenzione di farci risucchiare da nessuno), sia per motivi di sostanza (il nostro liberalsocialismo ci porta a esiti molto lontani da quello della Costituente Socialista). Inoltre, nell’NPA non ci sono correnti; ci possono essere delle sfumature, delle dissonanze a livello personale su singoli punti, ma non ci sono correnti né culturali, né politiche. Siamo molto fieri del fatto che possiamo ormai vantare una straordinaria compattezza, anche ideologica, quella che invece purtroppo non c’era nel PdA, possiamo ben dirlo con tutta modestia ed umiltà. Poi, è vero che posizioni come quella di Messina sembrano a metà strada tra NPA e PR, ma se il compagno Messina ha scelto di militare nell’NPA credo che avrà fatto le sue scelte e noi di certo ne siamo ben lieti. Comunque, su questo punto sollevato dal compagno Fontana, è meglio che risponda eventualmente il compagno Messina cioè il diretto interessato. A tutti e tre e specialmente ad Andrea Fontana vorrei far capire meglio in cosa si differenzia una ideale società azionista dalle altre tre, la liberista (elevata a modello da un vasto fronte di forze e culture politiche, dai fascisti ai liberali, dai conservatori fino ai democristiani del Ppe), la socialdemocratica (in cui si riconoscono i socialisti europei, ma non so fino a che punto vi si riconoscono de facto e non a parole anche i molti gruppi sparsi del socialismo italiano, compresi gli ambienti Pd di provenienza ds e Sd), la comunista. Detto in parole semplici e sintetiche, noi Npa, noi azionisti italiani di oggi, vorremmo un tipo di società che non corrisponde a nessuno dei tre modelli di cui sopra.
Al contrario dei comunisti, non vogliamo abolire né la proprietà privata né l’iniziativa economica privata sostituendo il dominio del Capitale con il dominio dello Stato,  eliminando sia i ricchi che i poveri a favore di una società in cui tutti siano uguali ma nella miseria (naturalmente anche molti comunisti italiani diranno, come Massimo Messina fa per quanto attiene al liberismo, che il comunismo non è quello che abbiamo visto per decenni nei Paesi dell’Est, ma noi azionisti stiamo ai fatti e bocciamo il comunismo per come si è manifestato). Al contrario del modello liberista e di destra (quello di Bush, quello di Berlusconi, quelli dell’America Latina di qualche decennio fa), noi non siamo disposti a sopportare ulteriormente il crescente divario fra una ristretta elite di ricchi e ricchissimi ed un sempre più vasto agglomerato di gente che pur ammazzandosi di fatica non riesce a mettere insieme il pranzo con la cena, divario che è l’esito delle naturali tendenze del capitalismo sregolato lasciato a se stesso con tutti gli altri fenomeni annessi; classismo, speculazioni di ogni sorta, disprezzo di tutti i valori e bisogni non materialistici, iperconsumismo sprecone, devastazione di risorse naturali, crisi cicliche distruttrici di ricchezza privata (come nel caso della crisi sistemica globale finanziaria), disoccupazione di massa senza speranza per chi è più debole, e tanti altri.
Seppur in misura molto minore, anche dalla socialdemocrazia dobbiamo prendere le distanze; il modello socialdemocratico innanzitutto non incide sul sistema di produzione che era e continua a restare affidato all’egemonia esclusiva del Capitale e del profitto privato e, secondariamente, si limita a riprodurre la dialettica del marito che lavora e della moglie casalinga, dove il marito che lavora è il Capitale privato e la moglie casalinga è la socialdemocrazia; in altri termini la socialdemocrazia chiede che il Capitale gli giri la paga per poi limitarsi a spenderla con un certo tasso di redistribuzione (cosa impossibile nella patria del capitalismo, gli Usa, dove parlare di semplice redistribuzione è come bestemmiare il Padreterno). Il modello socialista non esiste; o è quello socialdemocratico o è quello comunista. In mezzo a questi due non c’è nulla. Ma ecco che nello spazio lasciato libero fra i due si insinua ed avanza il modello azionista. In cosa si distingue da tutti gli altri? Preso detto; è un modello che, a differenza di quello socialdemocratico, agisce su un fattore ormai dimenticato da tutti; il patrimonio. Il modello azionista non abolisce la proprietà privata; la estende, la riequilibra; in altri termini, la democratizza. Tutti proprietari, ma senza più grandi divari tra una fascia della popolazione ed un altra, sia nella versione sudamericana (un 5-10% di famiglie che possiede tutto contro un 90% di poverissimi ed indigenti), sia nella versione resa celebre da Peter Glotz della “società dei due terzi” con due terzi benestanti o ‘garantiti’ ed un terzo quasi a morir di fame. Non è neanche e semplicemente un “capitalismo democratico” in cui tutti fanno i capitalisti, ma una società equilibrata su un livello medio accettabile per il soddisfacimento dei bisogni, dove nessuno sarà povero o disperato, ma in cui a nessuno sarà permesso anche di essere troppo ricco non solo nei redditi, ma anche nei patrimoni. Una equiparazione chirurgica di redditi, ma soprattutto di patrimoni e di opportunità caratterizzerà questo tipo di società, il primo a non essere basato esclusivamente sul PIL e sulla produzione, ma sul “bisogno ricco” dell’essere umano. L’altro pilastro fondatore della società azionista, una società “in azione” (l’azione della rivoluzione democratica permanente sia nel campo dello Stato, che della società e dell’economia) saranno i circuiti economici paralleli; ogni tipo di formazione economico-sociale sarà pluralisticamente sostenuta ed ammessa in pari grado (noi oggi abbiamo un pluralismo dei soggetti economici all’interno di un unico modello economico, non un pluralismo dei modelli economico-sociali); accanto alla logica del profitto privato, ci saranno le imprese nazionalizzate, il privato sociale, l’autogestione operaia, la cooperazione, il Terzo settore (che sia veramente tale e non, come sta pian piano accadendo anche in Italia, con le ong e le onlus che si trasformano anch’esse in imprese capitalistiche), l’Esercito del Lavoro e tutto quanto la fantasia progettuale saprà escogitare accanto a tutta una serie di riforme di “Social Security”, che sono già quelle indicate nel programma dell’Npa ed a cui molto presto si aggiungerà la nostra proposta di perequazione patrimoniale con importantissime conseguenze come la vera nascita del privato sociale. Si tratterà di una proposta veramente rivoluzionaria ma che nulla avrà a che fare con il comunismo (i futuri detrattori di destra e di centro si mettano l’anima in pace; sarà per loro impossibile diffamarci come bolscevichi). Si creeranno nella società azionista tanti circuiti economici paralleli dove gli esclusi dalla società del Capitale potranno competere virtuosamente con quest’ultima nella creazione di merci e servizi e nel soddisfacimento dei bisogni minimi. Il cammino è appena iniziato e man mano indicheremo, tutti insieme, i successivi obiettivi che la “rivoluzione democratica” dell’azionismo cercherà di indicare anche nell’ambito dell’economia, del lavoro e della società.

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