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Archive for the ‘Filosofia’ Category

L’altra mattina, venerdì, per puro caso (vedo pochissimo la televisione) mi sono imbattuto in un programma di Rai Tre all’interno del quale veniva riproposta una vecchia intervista del 1964 (quelle ancora in bianco e nero, per intenderci) a Ferruccio Parri, segretario del vecchio Partito d’Azione, capo politico e militare della Resistenza e primo presidente del Consiglio dell’Italia liberata.
Era la prima volta che vedevo in televisione la figura di Parri, una figura che il pubblico televisivo non conosce affatto. Ne sono rimasto colpito. Prima di tutto per la bella sorpresa, ma ancor di più pensando all’età di Parri. In quel momento il vecchio leader azionista aveva già 74 anni eppure il tono della voce era forte e sicuro, il ragionamento di una lucidità impressionante. Una impressione ottima tanto più considerando l’età già molto avanzata di Parri. Una figura che effettivamente emanava nobiltà, semplicità, forza morale e spirituale autentica e tante altre cose che fanno di un uomo un vero capo, un vero leader, come si dice oggi. Un uomo di un’altezza tale che gli sberleffi rivolti al suo indirizzo non solo non lo sfioravano, ma si ritorcevano e si ritorcono (ora ancor di più dopo 60 anni dallo sciolgimento del vecchio PdA e dalla fine della lotta di Resistenza) contro i suoi miseri detrattori. Questa è stata la mia impressione ascoltando quella vecchia (e purtroppo rara) intervista televisiva del 1964. Ma altre tre cose mi hanno meravigliato di quell’intervista riproposta l’altra mattina su RaiTre; l’apertura mentale di un uomo di 74 anni, un pluridecorato addirittura della guerra ’15-’18, che nel 1964 cioè nell’epoca in cui erano già famosi i Beatles, non se la sentiva di tromboneggiare contro i giovani che avevano già in quell’anno dimenticato il senso ed il valore della guerra di liberazione antifascista. In secondo luogo, quello che già si conosceva della figura di Ferruccio Parri e cioè il suo carattere antiretorico e volutamente schivo, quasi umile (ma solo nel senso eccellente della parola), e poi, almeno così mi è parso, e questo è stato il terzo motivo di meraviglia da parte mia, la malinconia profonda dell’uomo, certamente spiegabile con il carattere, ma anche con le irripetibili esperienze politiche di cui era stato protagonista. Il programma che non ho ascoltato dall’inizio parlava della Resistenza, di ciò che ne è rimasto o meglio di ciò che nel 1964 ne era rimasto. Sia dalla impostazione del programma che dalle risposte di Parri emergeva come già nel 1964 in certi settori della sinistra ci fosse una certa profonda delusione per come quell’Italia, l’Italia del cosiddetto boom economico, considerava la Resistenza. Parri esprimeva perfettamente questa delusione, ma senza usare parole roboanti soprattutto contro i giovani dell’epoca che già ne avevano smarrito il messaggio o che semplicemente non lo capivano o che della Resistenza addirittura nemmeno volevano sentir parlare. Poi, ma questa è una mia interpretazione o una mia impressione del tutto personale, mi è parso di capire un’altra cosa ancora e cioè che Parri non considerava la Resistenza come un puro atto militare del tutto episodico, ma come una lunga opera riformatrice e rivoluzionaria che veniva da lontano e che avrebbe dovuto continuare sotto altre forme ad andar lontano nel futuro. Ma questa non era la Resistenza dei cattolici o dei liberali e forse nemmeno quella dei comunisti; era la Resistenza dei soli azionisti, quelli che avrebbero voluto la ‘rivoluzione democratica’ e non certo il trapasso di tutti i vecchi apparati dello Stato fascista nel nuovo Stato repubblicano, non certo l’amnistia di Togliatti, segno premonitore della restaurazione del vecchio apparato statale che aveva servito il fascismo. Poi, ho fatto un salto mentale ed ho pensato ad un altro aspetto della vita di Parri. Nel 1964 Parri era già un uomo senza un ruolo attivo o decisivo nella politica italiana; avrebbe infatti concluso il suo straordinario ed irripetibile curriculum politico con la nomina a senatore a vita. Non aveva più un ruolo significativo perché non aveva più un partito alle spalle essendo il suo Partito d’Azione scioltosi nel 1947. Mentre ascoltavo quell’intervista (non senza una certa commozione) ho pensato che nel 1964 chi comandava in Italia erano giovani ministri democristiani che venti anni prima, nei momenti veramente decisivi per le sorti d’Italia, erano nascosti in qualche sacrestia mentre Parri, già cinquantenne, organizzava in tutto il Nord la lotta partigiana e sfidava la crudeltà delle divisioni di guerra naziste. Ecco la malinconia. Come doveva sentirsi il Parri 74enne del 1964 (l’anno non solo del boom economico e dei Beatles, ma anche del piano Solo del generale golpista e massone De Lorenzo) al pensiero che, pur formalmente riverito come uno dei padri della patria, l’Italia lo aveva accantonato, messo da parte, dimenticato (insieme ai suoi partigiani ed ai suoi vecchi compagni del Partito d’Azione)? Quell’Italia, che lui più di tutti gli altri aveva contribuito ad edificare, non era più la sua, quella Repubblica di cui lui era uno dei padri in realtà non era più la sua. Anzi, se posso aggiungere la mia interpretazione, quella Repubblica, quella che oggi chiamiamo la Prima Repubblica (ma lo stesso si può dire anche della Seconda) non era mai stata la sua.

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Per chi fosse interessato

Buonasera , per chi fosse interessato ai miei scritti ho riportato, nella lista dei link preferiti su questo blog il mio vecchio blog che racchiude i miei scritti. Pino A Quartana segretario nazionale del Nuovo Partito D’azione

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