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Per capire qual è il vero senso della proposta Vassallo (il Vassallum) e delle varie proposte di nuova legge elettorale preferite da Veltroni (tutte, in un modo o nell’altro, tese a divorare gli altri partiti del centrosinistra e quindi il pluralismo e la democrazia) bisogna comprendere davvero bene cosa è il PD e quali sono i veri motivi della sua nascita. Già ho detto in precedenza, anche su questo blog, che uno dei veri motivi per cui nasce il PD è quello di perpetuare una classe politica fallita e fallimentare senza pagar dazio e che quindi si spaccia ora per nuova. E, in effetti, il PD sembra nascere dal nulla, ma non è proprio così; non nasce dal nulla, nasce sul nulla.
Manca nel PD qualsiasi analisi riguardante la crisi sociale, la storia degli ultimi decenni di questo Paese,le colpe e le responsabilità delle sue classi dirigenti.
Il progetto super-oligarchico del PD e delle leggi truffaldine preferite da Veltroni (a cominciare dal Vassallum, o Veltruffellum, che vorrebbe infeudare tutti gli altri partiti del centrosinistra e renderli appunto, nomen-omen, suoi vassalli) rispondono ad un’istanza temeraria che ha i suoi precisi ispiratori nei poteri forti di questo Paese e nella grande stampa che è, appunto, sul libro paga di quelli. I Poteri Forti vogliono pochissimi interlocutori (evitando i rischi di incertezza sistemica) che possano disporre, senza intralci, della risorsa-potere e contrattarla con loro e per i loro esclusivi interessi per un tempo molto lungo. Insomma, i poteri forti vogliono evitare i rischi e le incertezze della democrazia. In fondo, mutatis mutandis la razza padrona non vuole dal potere politico cose molto diverse di quelle che voleva nel 1921-22 dai fascisti; un uomo forte o un potere politico stabile e forte che sia in grado di mettere ordine nella politica del Paese e, dopo, anche nel Paese. Che poi investano di questo compito spretati della chiesa rossa o gente che si spaccia come riformista rientra nella tradizione italica del Potere, basta far mente locale all’Agnelli che pensava che fosse più facile che fosse la sinistra a fare certe operazioni in favore del grande capitale che non la destra. Controprova sia il fatto che Agnelli non ha mai dato troppo peso a Berlusconi o fatto affidamento su di lui. Il fascismo diventò quello che purtroppo è stato non solo dopo il grande abbraccio con gli agrari ed i capitalisti, ma soprattutto dopo l’approvazione della legge Acerbo del 1923, che a me pare persino più democratica del Veltruffellum.
Un progetto di questo tipo diventa non solo una minaccia per la democrazia formale (come sostengo insieme ai mei compagni neoazionisti da ancor prima che il PD nascesse ufficialmente), ma anche per la democrazia sociale e materiale. Tra l’altro, diventa un pericolo oggettivamente suscettibile di derive conservatrici ed oligarchiche. Che non possa essere che così lo si capisce anche dal tipo di motivazioni addotte da Veltroni per le leggi ammazza-partiti che egli pretende siano approvate. Egli dice che non si possono fare le riforme senza la governabilità e che la governabilità significa far fuori quasi tutti gli altri partiti, soprattutto i partiti finora suoi alleati. Sull’autenticità dello spirito riformista del ‘suo’ PD mi intratterrò successivamente. Esamino adesso solo l’aspetto della cosiddetta governabilità. Ma prima ancora della governabilità io vorrei ricordare che la questione della governabilità viene in democrazia un attimo dopo la questione della legittimità democratica.
Quale concezione della democrazia ci può essere in una legge elettorale che permetta a chi ha solo il 30% (o forse anche meno del 30%) di prendere il 51% dei seggi? Questa è una truffa, un furto di democrazia.
Se il fine di queste leggi-truffa fosse veramente la governabilità del Paese perché non riproporre il Mattarellum che ha consentito a Berlusconi di governare tranquillamente con 100 deputati di vantaggio per tutti i cinque anni della legislatura o lo stesso Porcellum con alcune correzioni oppure ancora la legge in vigore nelle amministrative, il Tatarellum? No, Berlusconi e Veltroni (ma molto di più il secondo che il primo) vogliono una legge truffa che adotti la pulizia etnica dei piccoli partiti, soprattutto del centrosinistra (nel centrodestra i partiti sono quasi tutti in grado di passare da soli l’asticella del 4 o del 5% dell’ipotesi tedesca). Il vero obiettivo di Veltroni non è la governabilità, né la vittoria solitaria del PD contro Berlusconi, ma eliminare “democraticamente”, va da sé non a caso si chiamano “I Democratici”, tutti i potenziali concorrenti o avversari a sinistra o semplicemente i partiti alleati, come anche i grandi giornali del grande capitalismo impunito ed assistito reclamano. Questo suo segreto disegno, tipico di una casta che si sente onnipotente, si salda e si sposa con un altro imput consustanziale al PD; eseguire i ‘desiderata’ dei poteri forti che lo favoriscono, lo appoggiano e che ne hanno voluto la nascita.
Oggettivamente parlando, il progetto del PD e dei poteri forti deve colpire più a sinistra che a destra perché è a sinistra che ci sono i focolai di dissenso e di protesta sociale, è a sinistra che votano i ceti popolari, i non garantiti, i precari, insomma tutti quelli che devono continuare ad essere massacrati perché questo sistema o questo regime continuino a galleggiare (non si sa per quanto) senza pagare prezzi, senza pagare per le colpe dei ceti dominanti che hanno profittato di questo Paese per decenni. L’imperativo che parte dai poteri forti e si innerva nel PD è quello di continuare a scaricare la crisi sui ceti deboli chiedendo a questi ultimi di continuare a pagare sempre loro per gli errori della casta trasversale e dei padroni dell’economia.
A questo punto il vero gioco del potere, anzi il gioco del vero potere comincia ad uscire allo scoperto e quindi per Veltroni non è più Berlusconi il vero avversario, il nemico per antonomasia (caso mai lo fosse stato e caso mai fosse stato Berlusconi il principale responsabile dei mali di questo Paese), come per anni ci è stato conculcato; dopo i patti della crostata con Berlusconi si fanno ora indecentemente i patti della frittata. L’obiettivo da colpire per Veltroni non è più Berlusconi, ma sono i partiti piccoli, specialmente i minori ed i piccoli del centrosinistra. E’ questa la nuova area da demonizzare, quella che può minacciare il nuovo ‘ordo veltronensis’ che ci promette meravigliose riforme progressive, ma che in realtà è un ordine restauratore. Altro grande tradimento, ma a questo punto il magnifico sacerdote della restaurazione abituato come ex comunista ai tradimenti ed ai fallimenti non se ne preoccupa nemmeno più (uno in più, uno in meno).
E’ talmente ossessiva, pervicace, sospetta, sfacciata questa antidemocratica volontà di eliminare per via apparentemente democratica o pseudo-democratica alleati e concorrenti che non si ferma neanche davanti all’ipotesi che, come logica conseguenza di una eventuale approvazione e vittoria dei quesiti referendari, si faccia una legge elettorale che porti alla formazione di due listoni contrapposti. Dichiarando che in tale ipotesi il PD non ospiterà nel suo listone nessun altro partito di centrosinistra, Veltroni dimostra quanto è sporco il lavoro che egli e i poteri forti affidano al PD. C’è un ulteriore peggioramento con Veltroni nei rapporti fra il PD e gli alleati di centrosinistra; Veltroni va ben oltre Prodi che non ha nemmeno ringraziato i partiti più piccoli che gli hanno portato i voti per vincere (Psdi, Consumatori, i Pensionati, noi e diversi altri). Il ‘giovane’ Walter vuol fare di peggio; vuol tagliare la testa, per legge, anche ai partiti alleati già presenti in Parlamento e nel governo Prodi. I deliri d’onnipotenza del ‘giovane’ Walter sono segnati da tappe ferree: al PD tutto il potere, attraverso l’eliminazione ‘per legge’ degli altri partiti alleati, grandi, medi, piccoli e piccolissimi che siano. Il PD di Veltroni, come ha detto Mastella, è il conte Ugolino che mangia i suoi figli per sopravvivere.
Il ‘giovane’ Walter arriva inoltre, senza minimamente vergognarsi, all’oscenità di preferire che sia Berlusconi a governare piuttosto che lo stesso PD insieme a coloro che hanno portato acqua a Prodi ed alla stessa oligarchia diessina di cui Veltroni fa parte da decenni (altro che classe politica nuova e riformista!). Da questo si capisce anche che i Ds hanno preso in giro i loro elettori ed anche gli altri elettori del centrosinistra per anni non credendo veramente nel pericolo che ventilavano e grazie al quale e solo grazie al quale sono riusciti, seppur di un soffio, a vincere ed a governare.
Mentre ora ci fanno capire in tutti i modi possibili che per loro (gli ex comunisti, ora proprietari del pacchetto di maggioranza del PD) la lotta contro Berlusconi era una favoletta per ingenui, per allocchi, vogliono far passare la nuova favoletta secondo la quale i nemici delle riforme (quali riforme?) sono i partiti piccoli. Ho cercato di dimostrare che il PD non è un partito democratico. Non lo è neanche al suo interno; prima è nato plebiscitariamente il ‘leader maximo’ e poi il Partito (un partito che forse sarà all’americana, senza tesserati, molto peggio anche di FI). Adesso dirò qualcosa sul partito ‘nuovo’. Come io ed i miei compagni dell’NPA avevamo detto e previsto in tempi non sospetti, il PD non solo non è un partito democratico, ma non è neppure un partito nuovo. In esso residuano due classi dirigenti (o quanto meno la gran parte o la parte più significativa di esse), quella della DC e del PCI che hanno firmato prima il tradimento della Repubblica (ai tempi della svolta togliattiana di Salerno, poi del golpe bianco contro il governo Parri e successivamente con l’amnistia e con i compromessi che determinarono il passaggio nel nuovo Stato di tutta la burocrazia che aveva servito il fascismo, per quanto riguarda i comunisti, mentre per quanto riguarda i democristiani possiamo risparmiare anche le parole) e poi, nel 1992, il suo fallimento. Prima ancora c’era stata la caduta del Muro di Berlino ed il fallimento del comunismo internazionale. In Italia si susseguivano da parte degli ex PCI tentativi sempre più disperati di trovare un nuovo approdo identitario; PDS, DS ed ora Partito Democratico insieme, non ai compagni socialisti o della sinistra, ma degli acerrimi nemici di una volta, scampati anch’essi alla diaspora democristiana. E poi il fallimento della seconda repubblica consacrato dal fallimento del governo Prodi nato nel 2006.
Il PD quindi non è un partito democratico, non è un partito nuovo (se non altro perché la sua classe dirigente è abbonata al potere da decenni e il ‘giovane’ Walter è proprio uno di questi sempiterni oligarchi) e non è nemmeno un partito riformista.
Il PD non nasce per riformare l’Italia, questa è una balla colossale. Il PD nasce per tutt’altro scopo, per cancellare tracce, per occultare fallimenti e tradimenti delle classi dirigenti (ma sarebbe molto meglio dire, gramscianamente, dominanti), nasce per salvare una classe politica che dovrebbe essere chiamata seriamente, e non solo in sede elettorale, a rendere conto degli incredibili disastri da essa provocati, i disastri grazie ai quali questo Paese è da considerare un Paese in forte declino, in rapida decadenza, un Paese che perde pezzi e colpi uno dopo l’altro, insomma, un Paese quasi fallito. Fallito non solo economicamente e finanziariamente, ma moralmente, spiritualmente, culturalmente; un fallimento totale su tutti i fronti, a dirla proprio tutta!
Invece di andarsene a casa, questo ceto politico dominante e corrotto, che sostanzialmente è al potere dagli albori della Repubblica, ha escogitato il progetto ultima-spiaggia, il progetto del PD che serve a salvarla ancora. Ma al PD ancora non basta salvare la vecchia classe dirigente continuamente riciclatasi negli ultimi quindici anni. Vuole di più; vuole assicurarle perenne impunità togliendogli il fastidio di dover competere con alleati critici, con outsiders e con nuovi attori individuali e collettivi che potrebbero presentarsi sul mercato elettorale portando in Parlamento uno spirito veramente nuovo, la protesta di vastissime fasce sociali che pagano ingiustamente la crisi e non solo da oggi certamente. Il PD (questa è un ulteriore ragione della sua nascita) deve quindi rispondere, salvaguardandone gli interessi sempre più indifendibili, al suo blocco sociale composto non solo dai poteri forti della finanza, dell’economia e della grande stampa, ma anche da vasti pezzi della borghesia di Stato che, specialmente al Sud, è anche in oggettiva contiguità (se non peggio) con la grande criminalità (la cosiddetta borghesia mafiosa). Non sarà forse il caso della Sicilia, che è dominata dal centrodestra, ma la situazione della Calabria e della Campania sono già più che sufficienti a rendere davvero poco credibile l’afflato nuovista e riformista del PD veltroniano.
Sulle intenzioni riformiste del PD si sta consumando un altro terribile inganno. Sulle ceneri del presente governo Prodi, il PD non può rilanciare il riformismo in solitario senza e contro le altre forze di centrosinistra. La verità anche qui è ben diversa dalla favola propagandata; quelli del PD sanno che non ce la fanno a riformare ed a salvare l’Italia, sanno che non ce la fanno a mettere l’Italia sulla retta via e sanno che il governo Prodi ha affossato definitivamente ogni illusione in tal senso. Prima c’era il feticcio Berlusconi cui addossare tutte le colpe, ora il Re è nudo. Non c’è o, dipende dai punti di vista, non c’era più la mission e quello che era veramente decisivo per la casta post dc-post comunista era inventarsene in fretta un’altra: il PD, appunto. In altre parole; il PD non nasce per esperire un ulteriore tentativo di riformare il Paese e quindi di salvarlo (dopo il fallimento del governo Prodi che viene attribuito in modo mistificatorio ai piccoli partiti), ma dall’intima consapevolezza della propria incapacità, assunta come definitiva, di riformarlo e di salvarlo e di cui il fallimento del governo Prodi è la logica conseguenza e non un accidens (il fallimento riguarda proprio il personale politico che oggi si ritrova unito nel PD).
IL PD nasce quindi proprio dall’autoconsapevolezza di questo fallimento che è anche il fallimento del governo Prodi 2006. Ma una classe politica di gente che sta al potere da 30 e più anni e che ha collezionato tanti vantaggi personali e, al contempo, tanti fallimenti politici dovrebbe, in un Paese normale, andarsene finalmente a casa. Ma l’Italia purtroppo non è un Paese normale ed allora la casta fallimentare e sempiterna che non vede più un orizzonte per il Paese, cerca di salvare il proprio orizzonte, quello che Guicciardini avrebbe definito il suo ‘particulare’. Può farlo solo autolegittimandosi. Ma qual è il modo in cui può autolegittimarsi una classe politica screditata? Può farlo solo autoriproducendo a dismisura il proprio potere, slegato ormai da ogni altra dimensione e da ogni prospettiva generale. Non importa più nulla a questi del PD; né la credibilità identitaria (che infatti non c’è nel partito Frankenstein), né la capacità di guida politica, né alcuna altra considerazione che non sia funzionale alla propria sopravvivenza di ceto politico autoreferenziale. Ecco quindi il PD. Ecco perché le vere intenzioni del PD sono di ordine restaurativo, non riformista. Che la nascita del PD abbia qualcosa a che vedere con il risanamento effettivo del Paese è tutto da dimostrare. Anzi è addirittura molto più facile dimostrare il contrario. Tanto per cominciare questi del PD, a cominciare da Prodi, non sono stati capaci neanche di adempiere alla prima e più elementare promessa nei confronti dell’elettorato di centrosinistra che li ha votati; disciplinare il conflitto di interesse. Ma in fondo questa incapacità, per alcuni frutto dell’inclinazione all’inciucio con Berlusconi, sarebbe ancora ben poca cosa dinanzi le altre emergenze riformatrici. Tornando all’argomento; può il PD riformare e sanare il malato Italia? Risposta; no, non può e men che mai da solo e contro gli altri partiti di centrosinistra. Non può per una ragione molto semplice a cui non accenna mai nessuno; il suo blocco sociale glielo impedirebbe!
L’Italia ha bisogno di operazioni di finanza straordinaria per abbattere il debito. Il PD le può promuovere? Assolutamente no perché bisognerebbe colpire i poteri finanziari che gli stanno alle spalle e che fanno il bello ed il cattivo tempo in questo Paese. L’Italia ha bisogno di vere liberalizzazioni. Il PD le può portare avanti? No, per gli stessi motivi poc’anzi esposti. L’Italia ha bisogno di valorizzare il merito. Il PD può promuovere leggi tali da introdurre il merito nel sistema del lavoro italiano? Ulteriore no perché se lo facesse perderebbe il consenso di tutte le sue sterminate masse clientelari, soprattutto quelle di origine democristiana, soprattutto al centrosud. E può, senza aumentare il deficit ed il debito, redistribuire il reddito in favore dei più poveri e dei meno garantiti? No, perché dovrebbe attingere a risorse che colpirebbero di nuovo gli interessi del suo blocco sociale. Per risanare e riformare l’Italia il PD dovrebbe colpire soprattutto gli interessi ed i privilegi del suo blocco sociale. Qualcuno può ragionevolmente pensare che lo farebbe? Insomma, al di là delle chiacchiere veltroniane che stanno a zero, il PD non può riformare un bel nulla. Questa è la verità. Oppure la possiamo mettere così: coloro che hanno rovinato questo Paese possono essere gli stessi che lo rimetteranno a posto? E qui veniamo al punto più di tutti gli altri dolente; il costo della crisi generale del sistema Italia perché la vera posta in gioco è proprio questa. Se dalla crisi non si esce chi continuerà a pagare il conto? E anche se dalla crisi si esce la domanda resta la stessa; chi pagherà? Come in molte versioni della teoria dei sistemi (una per tutte, quella del filosofo e sociologo Luhmann) il sottosistema politico cerca di autonomizzarsi rispetto al suo ambiente. Ma nel caso del PD c’è il tentativo di far diventare ambiente non solo la protesta sociale reale o potenziale ma gli stessi partiti, realmente o potenzialmente, in grado di interpretarla e guidarla politicamente. Questa è la novità ancor più grave ed inquietante del progetto PD.
Il PD cerca di rispondere all’ambiente sociale e politico circostante, che può diventare molto ostile, sul puro piano della quantità di potere gestito. E’ una strategia pericolosa perché l’Italia non è mai stata tanto vicina come ora ad un livello di povertà che comincia a farci scivolare, tappa per tappa, verso le condizioni di vita dei Paesi dell’Est sotto il comunismo. I focolai di protesta e di dissenso potrebbero deflagrare (come è successo tante volte negli ultimi decenni ed a partire dalla fine degli anni ’60, in particolare) nelle piazze e saldarsi; prima fra di loro, e, poi, ai livelli politico-parlamentari, mettendo così i bastoni fra le ruote (a dir poco) a questo carro antidemocratico, conservatore che il PD traina per conto della casta propria e per conto di caste altrui. Se chi non deve più e non può più pagare per la crisi si ribella davvero, allora sono dolori per la casta (di cui il PD è, a dire il vero, la quintessenza) politica e per i poteri forti (che sono le caste economico-finanziarie), di cui il PD è oggettivamente la longa manus. Ecco allora che il PD si incarica di eliminare preventivamente, sul nascere, ogni ipotesi che la protesta sociale di vasti ceti popolari, disperati per l’insostenibilità di una lotta per la sopravvivenza, schifati da una classe politica come questa, si saldi alla protesta politica in Parlamento e mandi in frantumi equilibri di potere, non solo politico, consolidati da tempo immemorabile.

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Quello che sta accadendo nel nostro Paese è gravissimo. Le discussioni di queste settimane sulla legge elettorale sono campanelli d’allarme per la democrazia in questo Paese. Su questi temi vogliamo svolgere nei prossimi giorni delle approfondite riflessioni, ma prima di proporle al pubblico sono necessarie delle premesse, le premesse contenute nella prima parte della mia relazione alla Direzione Nazionale del ‘Nuovo Partito d’Azione’ tenutasi a Fiuggi il 22 aprile 2007. Sulla veridicità delle circostanze cioè sul fatto che questo che ripropongo qui è proprio il testo della mia relazione del 22 aprile scorso chiamo a testimonianza alcuni compagni dirigenti nazionali dell’NPA che erano presenti quel giorno in Direzione. Pubblico questo testo dopo molte esitazioni; i documenti di Direzione sono documenti interni di Partito e non vanno divulgati con leggerezza. Ma in questo caso si doveva fare un’eccezione e non si poteva più fare a meno di rendere pubblica la parte politica di quella relazione. I motivi balzeranno immediatamente all’occhio del lettore attento. Chi, nove mesi fa, avrebbe pensato, detto e scritto le cose contenute in questa relazione? Lascio i commenti ai lettori, ma intanto per approfondire il dibattito sul ruolo e sulla natura del PD e sui veri motivi della proposta veltroniana di legge elettorale (la chiamerei non il Vassallum, ma il ‘Veltruffellum’) dovevo necessariamente riprendere questa relazione di otto mesi fa, un tempo già lunghissimo nella politica italiana.

UN PAESE SFINITO E DELUSO

Aprendo la mia Relazione alla Direzione Nazionale del 5 novembre 2006 esordivo decretando la fine della luna di miele tra l’Italia ed il centrosinistra. Più di cinque mesi dopo posso tranquillamente affermare che, nonostante da parte del governo e di Prodi si tenti disperatamente di risalire la china, la crisi si è avvitata su se stessa e si è aggravata. Non è finita quindi solo la luna di miele fra gli italiani ed il centrosinistra, fatto diventato ormai luogo comune sancito da disastrosi sondaggi che danno alla CDL un vantaggio ormai spettacolare, ma sta finendo, se non è già finito, come personalmente penso, anche il rapporto di fiducia e di appartenenza tra molti italiani di centrosinistra e l’Unione. Non dimentichiamo che, anche se per pochi giorni, il governo Prodi era già finito. Gli scontenti ed i delusi non di centrodestra, ma di centrosinistra verso quello che avrebbe dovuto essere il loro governo, sono milioni, sono eserciti. Invece di capire le ragioni profonde dello scontento e della crisi e di porvi salutare e giusto rimedio, Prodi e con lui D’Alema, Fassino e Rutelli stanno provocando una ulteriore e gravissima frattura questa volta tutta interna al già totalmente autoreferenziale ceto politico e di governo dell’Unione. Mentre dico queste cose occorre sempre ricordarsi della distinzione teorica, sempre valida, tra Unione e centrosinistra, quanto meno due concetti non totalmente coincidenti. In questo momento mentre il Paese è in piena fase agonica anche l’Unione lo segue per empatia verso il precipizio.
Il Partito Democratico, che ancora cinque mesi fa era solo un’ipotesi molto incerta, da ventiquattro ore è una realtà irreversibile. Ma la grande variabile del centrosinistra e della politica italiana, concepita per favorire la governabilità del centrosinistra, sta producendo un effetto opposto che non ci meraviglia affatto come azionisti. Basti pensare al giudizio che esprimemmo già un anno fa alla Direzione Nazionale di Bernalda, la prima Direzione Nazionale del nostro nuovo partito e del rinato azionismo italiano. Il governo traballa sempre più, è stato già dato per spacciato a febbraio. Si è salvato ma è completamente svuotato di energie. E’ un organismo malaticcio che cerca solo la scorciatoia o gli espedienti non per cambiare l’Italia, come era stato promesso, ma per far sopravvivere il ceto politico di centrosinistra, per salvare le pensioni privilegiate dei peones parlamentari, per salvare il Partito Democratico. Un governo che non riesce più a dire niente su nessun problema, che vola basso per tirare a campare, che in un anno non ha fatto una sola cosa per cui noi NPA potessimo ritenerci soddisfatti. L’unica cosa che sembra poter incontrare il nostro plauso è la distribuzione del “tesoretto” verso le fasce più deboli del Paese. Io comunque aspetterei ad applaudire anche su questo punto. Voglio prima vedere come si delineerà concretamente questa distribuzione. Non vi nascondo che anche su questo punto temo il bluff del prode Romano. Temo, in altri termini una operazione di ‘carità una tantum’ che non risolverebbe assolutamente niente del forte disagio sociale che attanaglia i ceti deboli del nostro Paese, un disagio sociale che non è un fenomeno solo dell’Italia di Berlusconi, ma anche dell’Italia di Prodi.
A parte questa operazione, che vedremo come andrà a finire, il governo Prodi 2006, fallacemente resuscitato nel febbraio 2007, si sta dimostrando, come avevamo presentito in tempi non sospetti e come si sta vedendo giorno per giorno, un fallimento ed una delusione pressoché totali, così come un fallimento si sta dimostrando pressoché l’intera classe dirigente dell’Unione.
Io sono orgoglioso che il nostro piccolissimo Partito sia stato addirittura fra i primi ad interpretare questa anima critica verso lo stesso governo unionista. Il primo terreno di rottura fu il vergognoso indulto. Il secondo fu la Finanziaria 2007 ed ora, ad un anno dalla striminzita vittoria dell’aprile 2006, i motivi di forte dissenso con il governo Prodi non si contano nemmeno più da parte nostra.
Dopo un anno non vediamo ancora la cancellazione delle leggi sulla giustizia approvate da Berlusconi ed a questo punto c’è da star pur certi che non la vedremo più, anzi vediamo gli ispettori di Mastella che partono subito appena magistrati come quello di Potenza o quello di Catanzaro mostrano di voler andare a fondo per portare a galla le porcherie dei potenti. Sicuramente faremmo bene a non sperare nemmeno più nella regolazione del conflitto di interessi, che non riguarda solo Berlusconi ma tanta altra gente. Avevamo, insieme a tanti altri italiani di centrosinistra, auspicato una bonifica del maleodorante sottobosco degli apparati di sicurezza dello Stato, ancora, a tanti anni dalla scoperta della loggia P2, infestati da trame massoniche e di servizi segreti deviati, avevamo sperato che il governo di centrosinistra desse il benservito a Pollari ed invece Prodi lo ha addirittura promosso e guai a chi lo tocca. Neppure togliere i segreti di Stato per stabilire la verità sulle stragi, per noi stragi di Stato, è cosa che interessi minimamente i nostri amici del governo Prodi. Abbiamo assistito alla avvilente spy-story della Telecom.
Non parliamo poi dei problemi drammatici che toccano la sopravvivenza della gente.
Intere regioni in mano alla grande e piccola criminalità senza aver manifestato la minima volontà di cambiare le cose. In Calabria c’è una situazione allucinante dove giocano indisturbati la loro malefica partita non solo la criminalità comune, ma un ceto politico di governo e di opposizione inquisito e colluso con la criminalità comune. E si badi bene; in Calabria centrodestra e centrosinistra non sono complementari, come potrebbe ancora essere a livello nazionale; sono proprio la stessa cosa sotto simboli diversi. I due livelli, quello della malavita criminale e quello della malapolitica, sono molto spesso messi in collegamento e cementati, al di là delle apparenze di separazione, da logge massoniche. Per cominciare ad alleviare la tragica situazione calabrese, secondo noi azionisti del NPA, occorrerebbero interventi drastici ed emergenziali da parte del ceto politico dominante e da parte del Governo Prodi; non è esagerato affermare che si dovrebbe commissariare la Regione Calabria, che è assolutamente necessario che molti partiti nazionali, a cominciare dai DS e dalla Margherita ormai Partito Democratico, procedano a commissariare i propri organi regionali. Invece che fa Prodi? Che fanno Fassino o D’Alema? Che fa Rutelli? Nulla, parlano di tutt’altro anche degli argomenti più futili nel salotto di regime di Vespa, ma non si accorgono che la Calabria sta morendo, che tutto il Sud è in stato preagonico e che il Sud gioco forza trascinerà con sé nell’abisso tutto il Paese. Proseguiamo oltre; stanno scadendo i contratti di locazione di più di un milione di italiani che rischiano di essere letteralmente buttati per strada, i prezzi delle locazioni raddoppiano e triplicano. Giustamente abbiamo dato per cinque anni la colpa al governo Berlusconi, ma il governo Prodi non fa nulla per riportare la situazione alla ragionevolezza. Gli speculatori dei servizi e del commercio continuano ad aumentare, impuniti, i prezzi. Anche su queste cose il governo Prodi, come Don Abbondio gira la faccia dall’altra parte. Nulla contro le mafie, nulla conto gli speculatori, nulla contro un ceto politico rapace, composto in buona parte dagli stessi amici e sostenitori di Prodi, nulla per la scuola dove non si può più ammalare una maestra perché c’è il rischio del blocco delle lezioni per l’impossibilità di reclutare supplenti, nulla per la riduzione del debito pubblico e potrei continuare a lungo se ce ne fosse il tempo nel tracciare il fin qui desolante bilancio del governo Prodi. Io sono arrivato al punto che non mi meraviglio neanche più che il governo Prodi non faccia nulla di veramente importante per risanare il Paese.
Ma può davvero un ceto politico di tal fatta fare leggi di moralizzazione, fare leggi che da un giorno all’altro combattano i poteri occulti e criminali, può una classe politica di tal fatta, soprattutto per la sua parte che sta nel centrosinistra, tenere testa ai poteri forti o alle corporazioni o ai ceti protetti o a chi scarica sugli indifesi le proprie inefficienze o le proprie rendite di posizione? La risposta è no. Questi non riformeranno mai niente di serio, a parte gli orari dei barbieri. Non vogliono farlo, non possono farlo. Se lo facessero firmerebbero il proprio suicidio di classe politica sfruttatrice, inetta e parassitaria.
Questa è una grande verità, una amara verità che come tutte le amare verità si rendono evidenti agli spiriti critici proprio nei momenti drammatici; esse si schiudono ai pochi che, al contrario della gente comune (stavo quasi per dire poeticamente, dei comuni mortali), sanno pre/vedere gli abissi che si spalancano. Sono queste amare verità che permettono a chi le scopre di formarsi una coscienza culturalmente e politicamente più avanzate rispetto a tutti gli altri. Fanno parte di queste grandi intuizioni avanzate le parole d’ordine lanciate, per esempio, dai fondatori dei Girotondi. Sono intuizioni avanzate e formule di successo quella del “berlusconismo senza Berlusconi” lanciata da Paolo Flores d’Arcais, come la quasi profezia di Nanni Moretti a Piazza Navona quando con la sua sensibilità d’artista rese più chiaro a noi tutti che “Con questi non vinceremo mai”. Qualcuno ha fatto dell’ironia consigliando a Moretti di tornare al cinema. Egli lo ha fatto e sembrava esser stato smentito dalla vittoria di un anno fa. Invece ora possiamo dire che egli aveva visto giusto. Quella fu una vittoria di Pirro con soli 24.000 voti dovuti a piccolissime sigle, la nostra compresa, che non hanno avuto neppure un grazie da Prodi. Possiamo dire e nessuno potrebbe sognarsi di smentirlo che sarebbe bastata la mancanza della Liga Veneta e dell’NPA per far rivincere Berlusconi e guardate, cari compagni della Direzione, che Nanni aveva ragione anche in senso letterale; al Senato il centrodestra ha preso 250.000 voti di più dell’Unione. Ma il significato sottinteso nelle parole di Nanni Moretti può essere meglio spiegato da noi adesso, ad un anno dalla quasi vittoria dell’aprile 2006.
Dicevo poc’anzi che questo ceto politico, a cominciare da quello del centrosinistra (per quello di centrodestra il problema si pone molto meno anche perché i suoi elettori sembrano abbastanza soddisfatti dei loro rappresentanti, al contrario di quelli di centrosinistra), non vuole e non può cambiare. E adesso vi dico un’altra amara verità; il ceto politico di centrosinistra senza troppe distinzioni preferirebbe lasciare il potere alla destra per sempre piuttosto che lasciare il posto a forze nuove e a facce nuove emergenti all’interno del centrosinistra. E poi, l’oligarchia unionista non è tanto diversa dalla nomenklatura polista. La base sociale della Margherita è molto più simile per interessi e per cultura a quella di Forza Italia piuttosto che a quella dei ds o di Rifondazione Comunista. Prendete la concezione della giustizia di Boselli, riaffermata finanche nel congresso rinnovatore tenuto qui a Fiuggi domenica scorsa; è pressoché la stessa di Forza Italia. Per non dire della comunanza sull’etica sessuale tra Margherita e FI, AN, Lega e UDC. Quindi, il bipolarismo è spesso uno specchietto per le allodole che non ci fa cogliere la verità.
Vi svelo ancora un’altra verità che vi sorprenderà molto perché rivelatavi da un antiberlusconiano viscerale come il sottoscritto; Berlusconi è colpevole di mille cose vergognose accadute negli ultimi dieci anni in questo Paese, ma non è in fondo neppure il responsabile principale dello stato agonizzante di questo Paese. Intanto è il figlioccio politico del CAF e di esponenti del CAF di cui il centrosinistra è altrettanto pieno del centrodestra. Ho come l’impressione che l’Italia stia entrando nell’ultimo atto di un Finale di Partita beckettiano. Ecco perché dico che, in fondo, anche se lo disistimiamo infinitamente, non è esattamente Berlusconi il maggior colpevole dei drammi dell’Italia. Dico che non lo è per una semplice ragione; la Seconda Repubblica non è mai esistita, se non come appendice mascherata della Prima. Berlusconi non è il maggior colpevole del disastro italiano semplicemente perché egli ha scritto con Prodi solo il terzo atto della piéce drammatica. Il primo ed il secondo l’hanno scritto altri. Come in un trilling di Hichcock il vero killer viene rivelato solo quando la massa degli spettatori ha già cambiato canale convinta dopo 88 minuti di film di averlo finalmente trovato. Il vero assassino della democrazia italiana non è quindi quello che tutti credevamo di aver trovato, non è, anche se certamente ha commesso tante cose disgustose, Berlusconi. Il Caimano non ha recitato sul palco né all’inizio del dramma, né nel secondo atto. Il vero assassino si fa scudo furbamente di lui, cerca di nascondere le tracce dei suoi delitti dietro il capro espiatorio di Arcore che certo non è uno stinco di santo e che fa di tutto per accreditarsi in quel ruolo. Il vero assassino ha inaugurato la sua carriera già con un delitto di alto tradimento degli ideali, un delitto ideologico che oggi suona remoto e di cui si è persa nozione e cognizione; ha assassinato politicamente Abele, il buono, ed ha operato un falso all’origine. Così quella che avrebbe dovuto essere la Repubblica della Resistenza, nata dal sacrificio dei partigiani, la Repubblica della libertà e della democrazia, in pochissimo tempo si è tramutata, senza che qualcuno abbia ad essa cambiato la sua ragione sociale, in tutt’altra cosa; ha messo da parte Parri (alcuni storici dicono con una sorta di golpe bianco contro il suo governo che fu il primo dell’Italia liberata) e gli azionisti nonché tutti coloro che avevano liberato col loro sacrificio di sangue l’Italia; ha riabilitato l’apparato burocratico dello Stato fascista e li ha reintegrato nei principali ruoli dell’apparato statale del nuovo Stato repubblicano ed antifascista (magistrati, poliziotti, prefetti, alti burocrati eccetera); ha stretto un (segreto?) Patto di non-belligeranza con i mafiosi, se non peggio addirittura, ed ha scacciato, con Scelba, i contadini dalle terre che le avevano occupate, ha assalito i dimostranti che manifestavano a Genova contro il governo Tambroni, ha trasformato mezza Italia, per non dire tutta l’Italia, in un groviglio inestricabile di clientele che ha fatto incancrenire, già da decenni, il tessuto sociale di intere regioni, ha avuto un ruolo oscuro, ma certamente inquietante nella strategia della tensione nel corso della quale inermi cittadini hanno perso la vita, ha fatto esplodere il debito dello Stato di cui paghiamo e pagheremo sulla nostra pelle di cittadini le conseguenze per decenni, ha corrotto, sprecato, rubato prima di finire sotto i colpi di Mani Pulite. Il vero assassino della democrazia italiana è stata la Democrazia Cristiana. Non dimentichiamo che la Repubblica di Parri e dei nostri padri azionisti è stata pugnalata alle spalle dalla Democrazia Cristiana. Anche il comunista Togliatti, quello che chiamava il nostro Parri, Fessuccio, dette almeno all’inizio della rappresentazione il suo sciagurato contributo. La Repubblica nata dalla Resistenza, dal sacrificio dei partigiani comandati dal nostro Parri, primo Presidente del Consiglio dell’Italia liberata, fu travolta subito dalla restaurazione democristiana. La Ia Repubblica appena iniziata con i pochi mesi di governo Parri fu, una volta isolati gli azionisti (che poi si sciolsero), soffocata subito nella culla ed al posto suo se ne spacciò come autentica un’altra che portava il suo stesso nome, ma che era il suo opposto, proprio come accade in quei feulleitton in cui ci sono due bambini gemelli di cui uno è buono e l’altro è perfido e lo si vede sin dalla tenera età. Il buono è il legittimo principe ereditario, ma, come avviene nelle migliori narrazioni di cappa e spada, una notte qualcuno rapisce il gemello buono e la mattina annuncia ai sudditi affranti che è stato rapito l’altro, quello cattivo. In realtà, è sparito il buono, così quello cattivo che si spaccia per buono cresce e diventa principe ed il regno, da fiabesco ed incantato, si trasforma in Sodoma e Gomorra o meglio in Sodoma e Camorra, come l’Italia di oggi. Questo è successo 60 anni fa in Italia ad opera della DC (con l’ausilio delle solite forze che si nascondono sempre e che in realtà sono ormai notissime) che ha creato una prima repubblica parallela, uno stato parallelo ed un regime occulto e sprofondato nell’illegalità sostanziale. Questa è la verità e questa è la nostra interpretazione della storia di questi 60 anni repubblicani, dopo lo scioglimento del Partito d’Azione nel 1947. L’atto di nascita della Prima Repubblica degli impostori è stato scritto col sangue della povera gente, donne e bambini compresi, il primo di maggio di 60 anni fa. Il suo nome è; strage di Portella della Ginestra. L’epoca del dominio dc della Prima Repubblica, che resterà incontrastato fino a Mani Pulite, si apre con una strage. I veri retroscena di quella lontana e dimenticata strage sono stati messi in luce da poche settimane, a distanza di tanti anni, da uno storico siciliano, Giuseppe Casarrubea. Consiglio a tutti la lettura del libro “Storia segreta della Sicilia”. E torniamo all’oggi, al finale di una lunga partita giocata da un potere corrotto che per sessant’anni, tappa dopo tappa, ha sfibrato e devastato il nostro Paese riducendolo a pezzi, trasformandolo in un Paese fallito così come è un paese sostanzialmente fallito l’Italia di oggi. Che cos’è veramente il Partito Democratico tanto voluto da Prodi? Si possono dare diverse interpretazioni, ma è fuor di dubbio che esso è il tentativo di tornare alla Democrazia Cristiana senza farlo capire al popolo bue. E’ il tentativo di mascherare un fallimento ed una condanna della storia; la condanna della Democrazia Cristiana, sopravvissuta trasformisticamente fino ad oggi; Popolari, Margherita ed oggi Partito Democratico, Con la nascita del PD l’assassino è convinto di riuscire a cancellare del tutto le sue tracce. Ma attenzione. Se fosse solo questo il PD non sarebbe possibile. Esso viene incontro ad un’esigenza analoga da parte di chi in Italia ha difeso (forse) i lavoratori, ma in altri Paesi del mondo li ha oppressi fino alla repressione nel sangue dei carri armati. Il PD è il lavacro definitivo anche di quelle mani sporche. Le mani sporche, attenzione, non dei comunisti italiani, ma del comunismo internazionale. C’è una differenza tra DC e PCI, ma il continuo depistaggio di sigle (PCI, poi PDS, poi DS, infine PD) conviene obiettivamente pure a loro che hanno fallito per altri motivi, ma hanno fallito pesantemente pure loro ed ovviamente vogliono cancellare del tutto le tracce di quel pesante fallimento storico. Anche loro credono di stare definitivamente tranquilli col PD.
Adesso bisogna fare attenzione a questi del PD. Non sono più la stessa cosa di quando erano Margherita e Ds.
Il PD dovrebbe essere un aborto, ma siccome l’aborto anche in nome dei principi di Madre Chiesa, sponsor occulto dell’operazione, non lo si vuol fare, quel che nasce rischia di trasformarsi in un piccolo mostro, che rinnega solidarietà unioniste ed antiberlusconiane tuttora in auge, un piccolo mostro senza cuore, antropofago.
IL SUO SCOPO PRINCIPALE È DIVORARE I SUOI ALLEATI PICCOLI, TUTTI COLORO CHE POSSONO DARGLI FASTIDIO DA VICINO. SA DI ESSERE IL FRUTTO DI UN INCROCIO MOSTRUOSO E SA DI NON POTER QUINDI FAR PRIGIONIERI TRA I SUOI VICINI CHE SONO I SUOI VERI POTENZIALI NEMICI. I NIPOTI DEL COMPROMESSO STORICO SI INVENTANO QUINDI DISCUSSIONI BIZANTINE SUL SESSO DEGLI ANGELI ALIAS LEGGE ELETTORALE E RIFORME COSTITUZIONALI PER TENTARE QUASI DISPERATAMENTE DI TIRARLA PER LE LUNGHE SENZA FAR NIENTE DI BUONO PER I SUDDITI PERCHÉ SANNO DI NON POTER FAR NIENTE DI BUONO. NON SOLO USANO LE CHIACCHIERE DELLA ‘LORO’ LEGGE ELETTORALE E DELLA ‘LORO’ RIFORMA COSTITUZIONALE PER ALLUNGARSI LA VITA, MA LE STANNO COMINCIANDO A CONCEPIRE COME ARMI LETALI PER POTER ELIMINARE OGNI FUTURO E POTENZIALE PERICOLO DI CONCORRENZA.
Mentre a destra si stava per sperimentare la nascita di un regimetto reazionario-autoritario, nel centrosinistra ci sono adesso i dottor Stranamore del PD che hanno voglia di testare un regime super-oligarchico; pochissimi personaggi alla testa di pochissimi partiti che vogliono dominare tutto. Se gli va bene dobbiamo prepararci a combattere una lotta per la democrazia non meno cruenta, di quella occorsa per fermare Berlusconi. Di là, come ho detto, un regimetto reazionario-autoritario abbastanza ruspante e arcitalianuzzo (pensate al Berlusconi che con il fido menestrello Apicella canta le canzoni napoletane per gli statisti suoi ospiti), dall’altro, un regime oligarchico-conservatore, meno ruspante e molto legato ai poteri forti italiani ed internazionali. Eliminare il dissenso democratico non solo degli outsiders, ma anche degli alleati minori dell’Unione è un progetto più inquietante e pericoloso per la democrazia di quanto possa sembrare, addirittura può diventare più pericoloso e mistificatore dello stesso progetto autoritario (qualcuno lo ha definito neopiduista) di Berlusconi. Ieri Berlusconi voleva cambiare la Costituzione e il centrosinistra si opponeva. C’è stato un referendum ed il tentativo delle destre è stato sconfitto. Oggi a cambiare la Costituzione è il centrosinistra ma soprattutto i dottor Stranamore del PD al punto che ci vediamo addirittura costretti a dire che è più accettabile la posizione del centrodestra sia sulla riforma elettorale che sulla Costituzione. Dobbiamo opporci tutti, azionisti e non, anche a questo tentativo antidemocratico del PD di soffocare ‘democraticamente’ il dissenso democratico. Compromesso storico (vedi PD) e soffocamento del dissenso potenziale a sinistra. Sembra la replica del cliché del ’77 di cui, manco a farlo apposta, ricorre proprio quest’anno il trentennale. Ritorna analogamente di attualità la nostra lotta per la democrazia integrale che è la ripresa della ‘rivoluzione democratica’ del vecchio PdA di cui ricorre, sempre quest’anno, il sessantennale dello scioglimento. In questa battaglia non faremo sconti al PD rispetto alla lotta fatta contro Berlusconi. In ogni caso, il PD apre un terremoto nel governo e nel centrosinistra, mentre fuori della cittadella politica la delusione degli elettori, la stanchezza degli italiani e la pesantezza del vivere travolgono gli argini.

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L’altra mattina, venerdì, per puro caso (vedo pochissimo la televisione) mi sono imbattuto in un programma di Rai Tre all’interno del quale veniva riproposta una vecchia intervista del 1964 (quelle ancora in bianco e nero, per intenderci) a Ferruccio Parri, segretario del vecchio Partito d’Azione, capo politico e militare della Resistenza e primo presidente del Consiglio dell’Italia liberata.
Era la prima volta che vedevo in televisione la figura di Parri, una figura che il pubblico televisivo non conosce affatto. Ne sono rimasto colpito. Prima di tutto per la bella sorpresa, ma ancor di più pensando all’età di Parri. In quel momento il vecchio leader azionista aveva già 74 anni eppure il tono della voce era forte e sicuro, il ragionamento di una lucidità impressionante. Una impressione ottima tanto più considerando l’età già molto avanzata di Parri. Una figura che effettivamente emanava nobiltà, semplicità, forza morale e spirituale autentica e tante altre cose che fanno di un uomo un vero capo, un vero leader, come si dice oggi. Un uomo di un’altezza tale che gli sberleffi rivolti al suo indirizzo non solo non lo sfioravano, ma si ritorcevano e si ritorcono (ora ancor di più dopo 60 anni dallo sciolgimento del vecchio PdA e dalla fine della lotta di Resistenza) contro i suoi miseri detrattori. Questa è stata la mia impressione ascoltando quella vecchia (e purtroppo rara) intervista televisiva del 1964. Ma altre tre cose mi hanno meravigliato di quell’intervista riproposta l’altra mattina su RaiTre; l’apertura mentale di un uomo di 74 anni, un pluridecorato addirittura della guerra ’15-’18, che nel 1964 cioè nell’epoca in cui erano già famosi i Beatles, non se la sentiva di tromboneggiare contro i giovani che avevano già in quell’anno dimenticato il senso ed il valore della guerra di liberazione antifascista. In secondo luogo, quello che già si conosceva della figura di Ferruccio Parri e cioè il suo carattere antiretorico e volutamente schivo, quasi umile (ma solo nel senso eccellente della parola), e poi, almeno così mi è parso, e questo è stato il terzo motivo di meraviglia da parte mia, la malinconia profonda dell’uomo, certamente spiegabile con il carattere, ma anche con le irripetibili esperienze politiche di cui era stato protagonista. Il programma che non ho ascoltato dall’inizio parlava della Resistenza, di ciò che ne è rimasto o meglio di ciò che nel 1964 ne era rimasto. Sia dalla impostazione del programma che dalle risposte di Parri emergeva come già nel 1964 in certi settori della sinistra ci fosse una certa profonda delusione per come quell’Italia, l’Italia del cosiddetto boom economico, considerava la Resistenza. Parri esprimeva perfettamente questa delusione, ma senza usare parole roboanti soprattutto contro i giovani dell’epoca che già ne avevano smarrito il messaggio o che semplicemente non lo capivano o che della Resistenza addirittura nemmeno volevano sentir parlare. Poi, ma questa è una mia interpretazione o una mia impressione del tutto personale, mi è parso di capire un’altra cosa ancora e cioè che Parri non considerava la Resistenza come un puro atto militare del tutto episodico, ma come una lunga opera riformatrice e rivoluzionaria che veniva da lontano e che avrebbe dovuto continuare sotto altre forme ad andar lontano nel futuro. Ma questa non era la Resistenza dei cattolici o dei liberali e forse nemmeno quella dei comunisti; era la Resistenza dei soli azionisti, quelli che avrebbero voluto la ‘rivoluzione democratica’ e non certo il trapasso di tutti i vecchi apparati dello Stato fascista nel nuovo Stato repubblicano, non certo l’amnistia di Togliatti, segno premonitore della restaurazione del vecchio apparato statale che aveva servito il fascismo. Poi, ho fatto un salto mentale ed ho pensato ad un altro aspetto della vita di Parri. Nel 1964 Parri era già un uomo senza un ruolo attivo o decisivo nella politica italiana; avrebbe infatti concluso il suo straordinario ed irripetibile curriculum politico con la nomina a senatore a vita. Non aveva più un ruolo significativo perché non aveva più un partito alle spalle essendo il suo Partito d’Azione scioltosi nel 1947. Mentre ascoltavo quell’intervista (non senza una certa commozione) ho pensato che nel 1964 chi comandava in Italia erano giovani ministri democristiani che venti anni prima, nei momenti veramente decisivi per le sorti d’Italia, erano nascosti in qualche sacrestia mentre Parri, già cinquantenne, organizzava in tutto il Nord la lotta partigiana e sfidava la crudeltà delle divisioni di guerra naziste. Ecco la malinconia. Come doveva sentirsi il Parri 74enne del 1964 (l’anno non solo del boom economico e dei Beatles, ma anche del piano Solo del generale golpista e massone De Lorenzo) al pensiero che, pur formalmente riverito come uno dei padri della patria, l’Italia lo aveva accantonato, messo da parte, dimenticato (insieme ai suoi partigiani ed ai suoi vecchi compagni del Partito d’Azione)? Quell’Italia, che lui più di tutti gli altri aveva contribuito ad edificare, non era più la sua, quella Repubblica di cui lui era uno dei padri in realtà non era più la sua. Anzi, se posso aggiungere la mia interpretazione, quella Repubblica, quella che oggi chiamiamo la Prima Repubblica (ma lo stesso si può dire anche della Seconda) non era mai stata la sua.

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Per chi fosse interessato

Buonasera , per chi fosse interessato ai miei scritti ho riportato, nella lista dei link preferiti su questo blog il mio vecchio blog che racchiude i miei scritti. Pino A Quartana segretario nazionale del Nuovo Partito D’azione

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