Feeds:
Articoli
Commenti

La società azionista e la riconversione del capitalismo

 

Il ritorno del centrosinistra e dei movimenti in piazza è l’unica bella notizia di quest’autunno 2008 contrassegnato da una paura e da una crisi che non si ricordavano da intere generazioni. Il mondo è sull’orlo del precipizio economico-finanziario e la colpa è delle destre di tutto il mondo che hanno imposto ai popoli un liberismo sfrenato che ha generato solo speculazione e disastri. Questa destra è in declino ed il primo segno di questo declino lo daranno proprio gli Stati Uniti fra poche settimane alle elezioni presidenziali. Quindi la destra italiana ha ben poco da pavoneggiarsi con sondaggi, veri o artefatti, che la danno in stabilità o addirittura in crescita di consensi. Il bluff non reggerà ancora per molto dinanzi ad una crisi che sta svelando gli altarini del liberismo. Non reggerà per molto soprattutto se il centrosinistra saprà trovare quella sintesi culturale e politica che gli manca da diverso tempo.
La crisi epocale del capitalismo è la dimostrazione che le ricette della destra, da qualsiasi punto di vista le si analizzi, sono catastrofiche non solo per l’Italia e per l’Occidente, ma per tutti i Paesi della Terra. Sono ricette comunque datate, non adeguate alla novità di questa tremenda crisi finanziaria ed economica globale. La crisi non è cominciata in realtà con l’esplosione della bolla dei mutui subprime, ma nel giorno in cui Bush tagliò le tasse ai miliardari che neanche l’avevano chiesto e, nel contempo, i servizi a milioni di americani, che diventarono, da lì a poco,  homeless o senza assistenza medica. Tutti si buttarono da quel momento in grandi e piccole avventure speculative per pagarsi non solo la casa, ma l’assistenza sanitaria, la scuola per i figli (i colleges universitari negli Stati Uniti costano un occhio della testa e negli USA il concetto di scuola e di università che abbiamo noi in Europa ed in Italia è semplicemente impensabile). Non avendo tutte queste cose basilari e scontate per un cittadino europeo, molti americani sono stati indotti a rovinarsi, non tanto per raggiungere il fasullo ‘american dream’ dell’arricchimento individuale, ma molto più semplicemente per cercare di avere una casa, una assistenza sanitaria ed una istruzione per i figli. Alla fine il sistema capitalistico americano è letteralmente “impazzito”, diciamo così, e si è spinto ad offrire mutui a tassi variabili anche ai più poveri cioè proprio a coloro che sono stati emarginati da quel tipo di sistema capitalistico. Costoro hanno sottoscritto i mutui ‘subprime’ senza avere un soldo per pagare le rate ed è stato il crack a cui tutti stiamo ansiosamente assistendo. La lezione del 1929 è stata dimenticata. La cosa che serve di più sia alla democrazia moderna che al capitalismo odierno è la redistribuzione della ricchezza cioè proprio lo spauracchio delle destre liberiste occidentali, sia di quella americana che di quella italiana. Non serve continuare ancora nella stolta strada delle destre al governo di ridurre ancora la tassazione, specie ai più ricchi e specialmente in un momento di recessione e di apocalittica ansia sociale come il presente. E’ ormai dimostrato che ridurre le tasse ai ricchi ed anche ai benestanti, non solo è una cosa che il sistema Italia purtroppo non può permettersi a causa dell’altissimo e cronico debito pubblico, ma non produce maggior reddito spendibile da destinare ai consumi e quindi in sviluppo economico. Gli unici che possono rialzare veramente l’indice dei consumi sono proprio e solo i poveri (che sembrano essere arrivati alla stratosferica cifra di 15 milioni di nostri connazionali). Sia detto per onestà intellettuale, ai noi del ‘Nuovo Partito d’Azione’ non sembrano adeguate neppure le soluzioni avanzate da tutto il resto del centrosinistra, dal PD fino a Rifondazione Comunista. In altre parole, riteniamo del tutto inadeguate e socialmente miopi le ricette che portano inevitabilmente al solo incremento salariale o alla sola defiscalizzazione dei salari. Così facendo il centrosinistra, dalle sue espressioni più moderate (Pd) fino a quelle più radicali (PRC), continua a condannare qualche milione di cittadini italiani marginali e non garantiti alla disperazione più nera. Questi cittadini sono il nucleo più povero dei poveri. Se i poveri si calcolano in 15 milioni, la “seconda società”, da tutti dimenticata fuorché dal Nuovo Partito d’Azione (che però è ancora troppo poco visibile per poter assumere la rappresentanza piena  di questo vasto agglomerato sociale), assomma a mio parere a non meno di 3-4 milioni di persone (forse anche qualcosa in più). La ragazza precaria del call-center di Milano, il cinquantenne licenziato per chiusura della fabbrichetta di Anagni, il giovane musicista jazz del quartiere Testaccio di Roma che si aggrappa a tanti saltuari lavoretti in campo musicale e culturale, il piccolo ambulante di Caserta, il sottoproletario dei Quartieri Spagnoli di Napoli o del quartiere Zen di Palermo, il piccolo contadino sardo o il piccolo commerciante di Vibo Valentia fallito a causa del racket dell’usura appartengono a mondi diversi che forse non verranno mai a contatto fra di loro, come invece può capitare per altri soggetti sociali, ma hanno tutti una cosa in comune; sono cittadini soli, disperati, non hanno nessuno alle spalle che si preoccupi di loro, nessuna garanzia, nessuna rappresentanza politica o sindacale, nessuna famiglia potente o “famigghia” alle spalle, nessun organo di informazione che parli di loro. Sono la “seconda società”, la società sommersa e degli invisibili. Ci vogliono quindi ben altri interventi oggi come oggi; ci vuole uno strumento di redistribuzione in termini direttamente monetari che impedisca alle famiglie più emarginate e sole, agli individui che non hanno alcun riparo, di poter vivere con un minimo di tranquillità e di dignità. Occorre agire sulla riduzione dei prezzi più che sull’aumento dei salari, bisogna parlare di tassazione e perequazione dei grandi e medi patrimoni e non solo di aumento dei redditi da lavoro dipendente, senza dimenticare la perequazione delle opportunità che vuol dire debellare familismo e clientelismo. Insomma una riforma complessiva dello Stato, della società e dell’economia ispirata dalla bussola dei bisogni e dei meriti. E poi, passata la fase più drammatica dell’emergenza finanziaria, occorre delineare un tipo di società che sia in sintonia con i bisogni non delle corporazioni,  delle caste, delle classi o delle lobbies, ma dell’uomo. Noi azionisti riteniamo che sia il capitalismo nella sua versione liberista, sia il comunismo, sia la socialdemocrazia (che si limita a tosare la pecora capitalistica senza intervenire sulla progettazione di una società di tipo nuovo e che spesso si è persa nelle secche del burocratismo) non siano più modelli adatti all’umanità di oggi. Oserei dire che stiamo sforzandoci di pensare un nuovo tipo di società che potrebbe essere definita la società azionista. “Azione” qui vuol dire molto di più di quello che a prima vista può sembrare. Sia nell’ambito istituzionale, che nell’ambito della società e dell’economia, l’azionismo è il paradigma di una società che pensa la democrazia come un processo rivoluzionario ininterrotto. Il massimo che posso rimproverare all’azionismo stesso è di aver pensato molto allo Stato e poco al Capitale. Ma la democrazia può avanzare come processo ininterrotto (inteso così l’azionismo risulta l’erede non solo dello storico PdA 1942-1947 e ancor prima del partito risorgimentale mazziniano, ma addirittura di tutte le rivoluzioni della prima Modernità; da quella inglese del 1600 con Oliver Cromwell fino alla rivoluzione giacobina francese del 1789), come azione permanente anche nell’ambito dell’economia e della società dominate dal Capitale (ma non solo dal Capitale). Non c’è nessun bisogno di diventare comunisti o marxisti per fare tutto ciò. Anzi direi che, per mille motivi, ciò che proprio non bisogna fare è diventare comunisti per pensare all’utopia concreta di una società liberata dal dominio del Capitale anche perché la Storia ci ha insegnato che se si elimina il dominio del Capitale privato, come nel comunismo, allora a quel punto o subentra il dominio del capitale statale oppure la dittatura pura e semplice di una casta politica che si impadronisce in modo menzognero della classe lavoratrice ed operaia e del suo nome. Per quanto riguarda l’esperienza dei partiti comunisti occidentali nel secondo dopoguerra, e segnatamente del PCI e poi del PDS fino agli attuali partiti comunisti, l’unica cosa positiva che si può dire della loro esperienza è che essi hanno premuto per la costruzione in Italia di un Welfare State minimo (ma noi azionisti ci rifiutiamo persino di definirlo tale); molto più modestamente il loro compito è stato quello di aver contribuito a costruire una società né solidaristica, né del benessere, ma meramente assistenzialistico-corporativa, che ha lasciato tutti i problemi strutturali italiani al punto in cui stavano, senza aver risolto il problema della povertà estrema. Anche negli Stati che hanno realizzato sul serio il Welfare (e mi riferisco ai paesi socialdemocratici dell’Europa del Nord), mai si è messo in discussione il principio del dominio del Capitale o dell’egemonia dello stesso. Voglio ancora una volta chiarire bene la specificità della nostra posizione azionista rispetto alle ricette delle destre (liberismo selvaggio), dei comunisti (società senza iniziativa e proprietà private) e dei socialdemocratici (tosatura dei capitalisti e redistribuzione burocratica dei redditi senza la proposizione di modelli alternativi e/o complementari). Una società azionista deve essere una società in cui domini il rigore etico e morale nell’ambito dello Stato e della società, ma anche nell’ambito della vita economica. Nonostante ciò, neppure una mera moralizzazione della vita finanziaria (già di per sé preziosa) può più bastare. Ad un certo punto, il capitalismo lasciato ai suoi ‘animal spirits’ ha la tendenza di concentrarsi e tale concentrazione, più che il capitalismo in se stesso, è la vera cosa immorale. Non si tratta neanche più di statalizzare imprese e banche; si tratta di progettare una società equilibrata ed a misura d’uomo e non del Capitale in cui il capitalismo può avere diritto di cittadinanza solo se ritrova o trova per la prima volta la sua funzione sociale. In altre parole, noi non vogliamo, come dicono i comunisti, l’abbattimento del capitalismo o la fuoriuscita da esso (verso che cosa? I comunisti di oggi non sanno ancora rispondere a questa domanda), ma vogliamo la sua riconversione insieme alla sua relativizzazione. No all’assolutismo del Capitale, tanto per intenderci con uno slogan.
E’ chiaro che progettare una società di tipo nuovo, un processo che contempli al suo interno anche una “rivoluzione democratica del Capitale” e non solo dello Stato o della società civile abbisogna di una grande fantasia progettuale e di un disegno organico in cui finanza pubblica statale, controllo dei prezzi, lotta alla speculazione, politica dei redditi, imposta patrimoniale, reddito sociale e redistribuzione dei redditi (ma anche, ne parleremo già dalla prossima Direzione Nazionale del nostro Partito, di perequazione dei patrimoni), privato sociale, Terzo Settore si tengano tutti insieme proprio come nel programma del Nuovo Partito d’Azione, il programma più riformista e nel contempo più rivoluzionario che un Partito nazionale italiano abbia finora partorito. E nonostante ci sentiamo già all’avanguardia culturale e programmatica, non ci fermiamo ancora. Riprendendo un’idea di Pasolini, possiamo anche dire che noi azionisti riteniamo che il fine di una società non debba essere lo sviluppo meramente quantitativo, ma il progresso vero. Il progresso vero è la cifra dell’Occidente (e noi siamo un partito di stampo occidentale, ma anche su questo tornerò a breve in un prossimo scritto), non lo sviluppo del PIL. Ormai Paesi che non hanno ancora assicurato ai loro popoli gli standard minimi di democrazia, ci stanno superando nel PIL e nella forza capitalistica e finanziaria (vedi India e Cina, ma anche Emirati Arabi Uniti che stanno diventando i padroni delle nostre imprese). E se la Modernità occidentale si misurasse solo dai suoi segni esteriori e non dalle sue profonde radici interiori allora dovremmo parimenti constatare che oggi Shangai o Dubai sono città più moderne delle nostre, la Cina e gli Emirati Arabi Uniti nazioni più moderne delle nostre, che la Modernità è emigrata lì insieme a tante nostre imprese occidentali. Ma non è così (o almeno non ancora). Allora per noi il sintomo del progresso potrebbe anche non essere più l’accrescimento della ricchezza individuale o statale o del capitalismo nazionale, ma la felicità individuale. E questo sarebbe un ulteriore colpo rivoluzionario alla egemonia non solo economica, ma anche culturale del Capitale. Altre idee verranno fuori man mano. Ne avanzo ancora due di cui in Italia o almeno nei partiti italiani non c’è traccia. Mi riferisco alle politiche del microcredito che Mohammed Yunus ha sperimentato con tanto successo in uno dei paesi più poveri del pianeta, il Bangla Desh ed alla Banca delle Ore. Io metto realisticamente in conto anche che nessuna idea nuova e rivoluzionaria potrà mai espellere il capitalismo dalle nostre società (che l’hanno inventato. Basti ricordare che le prime banche sorgono nella Firenze del 1300), ma nulla ci vieta di pensare e di proporre istituzioni e modelli alternativi e paralleli che riequilibrino un Capitale che, ormai è assodato, se lasciato senza limiti e senza fattori calmieranti (magari i fattori calmieranti possono essere quelli derivanti da istituzioni di tipo alternativo come ad esempio il terzo settore, il privato sociale, e, perché no?, l’Esercito del lavoro teorizzato dal grande azionista Ernesto Rossi), è condannato a ripetere ciclicamente sempre gli stessi errori ed a risultare un flagello, non solo per i Paesi del Terzo e del Quarto Mondo, ma anche per gli stessi popoli occidentali ed in definitiva un flagello proprio per se stesso.
 

Risposta a M. Messina

Devo confessare ai lettori ed ai compagni che rispondo alle irritate (ed irritanti) provocazioni

di Messina molto controvoglia, quasi ‘obtorto collo’. I motivi di questa mia riluttanza sarebbero tanti, ma preferisco non parlarne. Certo è che uno che risponde ad una intervista infondendo in essa una miriade di temi politici (molti di essi anche inediti), uno che mette insieme 6.957 parole spese in delicati e cruciali argomenti della nostra agenda politica come il giudizio sul nuovo Governo Berlusconi e sulle sue politiche economiche e sociali, su Di Pietro, sulle prospettive strategiche del Partito, sul fallimento del centrosinistra e della linea Veltroni e che poi vede che di tutto ciò nulla provoca la riflessione se non soltanto 303 parole delle suddette 6.957 (solo 1 / 23simo dell’intervista) qualche motivo per essere non dico irritato, ma sconfortato già ce l’ha in partenza. Comunque vengo al merito delle “irritate” divergenze del nostro compagno siciliano o almeno al merito di quei punti che ho ritenuto degni di interesse;

 

 1)      La sua accusa sostiene che io avrei affermato la superiorità morale degli elettori di sinistra rispetto a quelli di destra (e quelli di centro?) ed una “contrapposizione antropologica”. Quando ho letto questa cosa sono rimasto abbastanza perplesso e sono andato a rileggermi l’intervista almeno quattro volte per essere sicuro di aver detto ciò. A prima vista non mi pareva di aver mai affermato cose simili; ritengo di avere un certo rigore scientifico e teorico, prima ancora che politico e morale, per cui espressioni così ingenue esulano dal mio vocabolario. E così era. Quelle espressioni infatti io non le ho mai pronunciate nel corso dell’intervista. O meglio; io parlavo sì di un dato antropologico, ma nel senso di una mutazione antropologica delle giovani generazioni, plagiate e bombardate da una ideologia subliminale del tutto funzionale al berlusconismo (veicolata dalle tv). Non c’entra niente il moralismo; è l’assunzione di un dato di fatto, di un dato antropologico. Ma questo dato antropologico, che del resto non ha nemmeno più nulla di originale tanto ormai è entrato nel senso comune di tutta la sinistra e finanche dello stesso PD centrista (per quanto la banalità del dato non revoca affatto il suo contenuto di verità), non autorizza nessuno ad attribuirmi contrapposizioni antropologiche che il compagno siciliano ha evidentemente partorito solo nella sua fantasia. Questo non è un alibi per sottrarmi al discorso sulla superiorità. Io credo che questi discorsi di psicologia politica siano molto astratti ed evanescenti, molto personali; ognuno dentro di sé è libero o no di credersi superiore a chi gli pare basta che non faccia del male a nessuno né con azioni né con parole. Io poi non parlerei neppure a nome di tutta la sinistra; voglio parlare solo come un azionista enormemente fiero ed orgoglioso della sua identità politico-culturale. C’è qualcosa di male ad essere molto orgoglioso della propria identità politico-culturale? Ricordo un articolo di Giorgio Bocca sul paginone culturale di “Repubblica” uscito qualche mese fa. Parlava dell’epopea dello storico PdA e così titolava il suo articolo: “Noi, i migliori”. Io e tanti compagni della nostra comunità neoazionista investiamo ogni giorno il meglio di noi stessi nella speranza di essere degni di continuare coloro che avevano raggiunto la coscienza di essere i migliori. Qui parlo ovviamente di un dato collettivo, di un dato di antropologia politica; nulla a che fare con differenze antropologiche su basi biologiche o etniche. C’è qualcosa di male in questo? Dà fastidio a qualcuno? Scrive Messina: “Se gli atti non fossero distinguibili dai loro attori allora la dissociazione di questi da quelli non sarebbe possibile e quindi nessun atto politico avrebbe senso se non la guerra e lo sterminio del nemico”. Sterminio addirittura? Ma stia tranquillo e dorma sereno; noi non vogliamo sterminare proprio nessuno. Ma di cosa parla Messina? E’ vero; siamo giacobini, lo confessiamo. Ma miti, molto miti in fondo ed i nostri padri erano dei miti che avevano costruito dei “miti”, dei veri “miti” (cfr. “Il mite giacobino”, biografia di Alessandro Galante Garrone). C’è un giudizio di valore, un senso di superiorità morale nel mio discorso? Ma non lo so, caro Messina, fai un po’ tu, come piace a te. Spesso la notte non dormo per le preoccupazioni, ma non sono certo i motivi che sollevi tu quelli che mi tolgono il sonno.

2)   Per quanto riguarda poi il mio discorso sui giovani lì tu ed il tuo amico, come minimo, avete preso lucciole per lanterne. Tu e il tuo amico blogger affermate:

 

Riguardo le rivolte ed il ’68 ed il ’77 ne ho piene le tasche. Se voglio fare politica neoazionista è proprio per evitare gli errori di quelli più grandi di noi che gridavano nelle strade e scrivevano sui muri slogan stupidi e violenti e non avevano spirito critico se non verso ciò che era di moda criticare all’epoca.

 

Vai al sindacato e ti senti dire che non possono tesserarti perché sei disoccupato.

 

Ma quale rivolta, vallo a dire ai lavoratori di ribellarsi: loro il posto ce l’hanno e lo difendono con le unghie e coi denti.

 

Da quello che scrivi sono portato a credere che tu non conosca le basi teoriche dell’NPA.

Sorvolo sulla tua frase sul ’68 e sul ’77 che mi pare di aver già letto mille volte sui siti vicini a Forza Italia. Non che voglia difendere in blocco il ’68 (me ne guarderei bene) , ma non si possono liquidare con tanta faciloneria i due momenti paradigmatici dell’impegno politico giovanile la cui mancanza, da me oggi rimpianta e stigmatizzata, si sta facendo troppo sentire. Tra l’altro, ’68 e ’77 sono due fenomeni apparentemente simili ma in realtà anche molto dissonanti. Tu dovresti sapere che una delle innovazioni teoriche apportate dall’NPA all’azionismo è quella di una rilettura particolare del ’77 e che da questa rilettura abbiamo ricavato ciò che mancò al vecchio PdA e cioè una base sociale di riferimento; per noi è la ‘seconda società’ nella quale rientrate anche voi due. Il discorso sarebbe lunghissimo e va ben oltre gli slogan “stupidi e violenti” con cui tu esaurisci la questione. Se 31 anni fa esplose la piazza fu perché la crisi italiana in quel punto produsse un cortocircuito; il fatto è che quei fili sono ancora scoperti. Quel che sta facendo l’NPA è di prendere quei fili scoperti e di fargli fare un altro percorso (diciamo più sociologico e meno ideologico). Siamo però ben coscienti anche del fatto che se i giovani non si scuotono dal torpore poi anche coloro che vogliono difenderne la causa possono fare ben poco. Anche qui il moralismo non c’entra nulla; è un dato di fatto politico. Questo volevo dire e non mi sembra che ci sia nulla per cui irritarsi, anzi…Le due affermazioni del tuo amico, guarda caso,  rientrano perfettamente, a meno di non voler cercare lo scontro polemico a tutti i costi, nella nostra interpretazione del ’77 e nella nostra strategia sociale basata sulla ‘seconda società’. Quando sarete meno “irritati” magari ne riparleremo.

 

3)      Tu affermi: “Di connivenze con la malavita organizzata ce ne sono anche a sinistra e se volete faccio nomi, e ciò vale anche per la semplice corruzione, ovviamente”.

Non c’è bisogno di sollevare questo argomento, per perorare la causa dell’annullamento, vero o presunto, delle differenze tra destra e sinistra.

Non ti scomodare per la ricerca sui nomi; li conosciamo già.

 

4)     Magistratura. Messina dixit: “L’epurazione radicale per me va bene, ma nei confronti di tutti quelli che hanno avuto responsabilità in questo regime, non nei confronti di chi è colpito dalla magistratura. Chiunque promuova campagne ‘contro i metodi ritenuti illiberali usati dalla magistratura’ valutiamole nel merito: se sono o no fondate, se sono o no veri i fatti ai quali si riferiscono. E, riferendoci a fatti, quando un magistrato paga per gli errori e le indecenze commesse?”

Anche se hai l’irritazione facile, caro Messina, adesso mi devi consentire di dirti che questa tua affermazione è uno dei tanti esempi che potrei portare per mettere in evidenza i tuoi disinvolti salti logici. Si dà il caso che di tanto in tanto la magistratura colpisca, quando onora il suo nome e la sua alta missione, proprio coloro i quali hanno avuto responsabilità in questo regime (quale regime poi in concretezza? Boh, fa niente, va bene anche così; quando si tratta di regimi noi azionisti siamo sempre per combatterli). Accidenti che disdetta. E che deve fare allora in questi casi questa bistrattata magistratura? Mi sembra ci sia un po’ di confusione (anche) in questa tua posizione.

Sappi che quando noi azionisti parliamo dei magistrati e di difendere i magistrati non è a quelli che si vendono le sentenze, né a quelli che entrano in cupole mafio/massoniche, né a quelli che condannano solo i ladri di polli che pensiamo. Quelli ci sono sempre stati, ci sono e ci saranno sempre, purtroppo. Noi pensiamo ad un certo tipo di magistrati, a quelli che scoperchiano il putridume di un pluridecennale potere criminale italiano, intoccabile e con pretese di impunità. Noi pensiamo a quei magistrati che hanno garantito le nostre libertà democratiche perseguendo Tangentopoli, la P2, la mafia, lo stragismo eversivo e quant’altro. Pensiamo, ed i nomi a te che sei siciliano dovrebbero dire qualcosa, ai Livatino, ai Borsellino, ai Falcone, ma anche ai non siciliani De Magistris, Woodcock, G. Colombo, G. D’Ambrosio ed a non molti altri. Alcuni hanno pagato con la vita il loro coraggio democratico e civile. I nostri compagni della Calabria, Piero Ferrari ne sa qualcosa, si sono battuti per mesi con coraggio, e nell’isolamento quasi totale, per sostenere De Magistris insieme ai ragazzi di Locri ed a pochissimi altri. Potrei riferire anche di un fatto che nessuno conosce riguardo quella lotta, ma lo farò solo se Piero mi autorizza a divulgarlo. Il sottoscritto si recò personalmente al Palazzo di Giustizia di Potenza per portare la solidarietà del Partito a Henry John Woodcock. Per la prima volta qualcuno contesta finanche Di Pietro ed il suo Idv (questo era uno dei punti innovativi contenuti nell’intervista) da posizioni ultrademocratiche e legalitarie, e non, come sempre avviene, dal punto di vista del garantismo peloso. Questo partito la democrazia e la legalità, un punto di vista radicalmente democratico e radicalmente legalitario, ce l’ha nel sangue,  nel dna e quindi non posso che rimanere allibito nello scoprire che c’è qualcuno che

ripropone, finanche in mezzo a noi, gli argomenti dei ben noti impallinatori dei magistrati.

 

5) Liberismo. Anche qui parli di cose astratte interpretate in modo a dir poco molto parziale. Dove lo vedi un liberismo che assicura “la massima parità di condizioni iniziali agli individui”? Se mi dici in che mondo sta cerco di andarci anche io e di corsa. Ernesto Rossi più liberista di qualsiasi anarcocapitalista poi è veramente incredibile. Ma allora il Rossi di “Abolire la miseria” cos’è? Comunque se a te fa piacere così non voglio deluderti e neanche cerco più di convincerti del contrario. 

 

“La libera concorrenza non porta necessariamente a un massimo di benessere economico”,  diceva Rossi.

 

Nei problemi concreti, come sono quelli economici,  non è facile agire con l’ideologia ed anche il liberismo è una ideologia. Einaudi stesso diceva qualcosa di simile.  Rispetto a trenta o cinquant’anni fa oggi emergono problemi nuovi ed inquietanti e chi fa politica non può agire con la logica del piccolo accademico, ma deve tentare di risolverli, di proporre un nuovo modello di società che possa neutralizzare quei problemi.

Per affrontarli bisogna avere degli ideali regolativi più di tipo morale che di tipo ideologico. A me non interessa se una cosa è più statalista o più liberista. Mi interessa la sua resa su un certo modello di società che ho in testa. Noi azionisti del 2000 dobbiamo coltivare piuttosto un ideale neoumanistico di società. La teoria neoazionista della ‘seconda società’ è un altro di  questi  ideali regolativi.  Così come lo è la nostra teoria dei “bisogni e dei meriti”.

 Essa si diparte dal clima tempestoso ma anche estremamente creativo del ’77 come ‘teoria dei bisogni radicali’ nell’ambito del marxismo eretico, viene filtrata in senso riformista dal sottoscritto a cavallo tra la fine degli anni ’70 ed i primi anni ’80 (cfr. “Riformismo e bisogni”, prima edizione Milano 1982, seconda e definitiva edizione, Pellicani Editore, Roma, 1990) ed incrocia il versante liberale dei meriti diventando, verso la metà degli anni ’80, lo slogan dei “meriti e dei bisogni” con Claudio Martelli, la cosa migliore partorita nei lunghi anni del potente PSI craxiano. Durante la fase del PSI craxiano quella teoria però fu solo enunciata (mettendo al primo posto i meriti e al secondo posto i bisogni), ma mai veramente teorizzata né praticata. Rimase per i socialisti sempre un orpello decorativo; per noi azionisti è invece molto, ma molto di più. I nuovi problemi sono rappresentati da un turbocapitalismo finanziario globalizzato che sta distruggendo una immensa ricchezza finanziaria (e non solo finanziaria ovviamente; posti di lavoro, pensioni, agricoltura, aspettative di vita, bisogni post-materialistici ecc. ecc.) e che sta imponendo un liberismo senza regole destinato a schiavizzare masse sempre più grandi di cittadini. E’ una problematica immane che tocca anche la questione dei mutui subprime, la speculazione mondiale sui prezzi (che in Italia diventa doppia speculazione), gli squilibri nei rapporti valutari, la precarietà lavorativa endemica e tanti altri fenomeni inquietanti. La ricetta liberista di Bush è stata un fallimento e lo è stata ancor di più per gli Usa, che cercano oggi di scaricare la crisi del loro modello liberista applicato alla finanza su tutto il resto del pianeta. Davanti a questi fenomeni noi azionisti non ci fissiamo sui nominalismi astratti. Io personalmente credo che il modello liberista americano degli ultimi anni si sia rivelato perverso, ma non credo che opporvisi sia necessariamente sinonimo di anticapitalismo. E’ un momento in cui bisogna essere aperti intellettualmente ad idee nuove. Tali idee possono venire dall’America ‘critica’ e penso per esempio a Jeremy Rifkin, ma anche ad altre correnti di pensiero non necessariamente liberiste e liberali. Nella mia veste di direttore della rivista “Il Giornale della Filosofia” sto per pubblicare ad esempio un numero tutto dedicato ad una scuola del marxismo eretico come quella di La Grassa ed Illuminati. Come partito inoltre non escludo che nel giro di qualche settimana lanceremo qualche nuova proposta programmatica in campo economico-sociale.  

 

6) Le cose che scrivi trasudano di astratto  buonismo (si potrebbe definire un buonismo ‘senza se e senza ma’), da tanto

 ecumenismo nonviolento, da tanto garantismo, come diceva Totò, ‘a prescindere’. Vedo sul tuo blog il link ad una delle associazioni di area radicale che si chiama “Nessuno tocchi Caino”. Una domanda mi viene spontanea. Oltre a salvare sempre Caino, quando daremo un po’ di giustizia e solidarietà anche ad Abele?

 

 

7) Conclusione. Tu hai tutto il diritto ovviamente di pensare le cose che vuoi (e ci mancherebbe altro che non fosse così) ed hai naturalmente anche tutto il diritto  di chiamare topogigio o azionismo ciò che tu pensi. Quello che mi sembra invece del tutto improbabile è il fatto che queste ed altre idee che tu esprimi siano il corpus teorico di questo Partito, che non è un Partito che deve ancora nascere, ma un Partito che ha già codificato tale corpus teoretico in documenti di Segreteria Nazionale, di Direzione Nazionale, in deliberazioni di organi di Partito, in norme statutarie e quant’altro.

Intervista al Segretario Nazionale N.P.A.


LE INTERVISTE DEL FORUM UFFICIALE N.P.A.
AL NOSTRO SEGRETARIO NAZIONALE,
PINO A. QUARTANA

Intervista del giorno 12 agosto 2008 a cura del Forum

www.nuovopartitodazione.forumup.it

Caro Segretario, a quattro mesi dalle elezioni crediamo sia necessario fare una analisi dell’operato del IV governo Berlusconi.

Il IV governo Berlusconi, al di là di alcune dichiarazioni depistanti di Tremonti, che ha civettato un po’ per accreditarsi come una sorta di no-global di centrodestra, continua a fare ciò che facevano già i governi Berlusconi I, II e III vale a dire portare avanti con determinazione e cinismo l’unica vera lotta di classe che esiste ormai in Italia da diversi anni; la lotta dei ricchi contro i poveri. Mentre il centrosinistra non ha voluto combattere la lotta alla povertà, il centrodestra preferisce centrare l’obiettivo della lotta ai poveri. Due sono le bussole che hanno sempre guidato l’opera di governo del centrodestra; salvare gli affari e gli interessi di Berlusconi, e non poteva mancare questa nuova vergogna del lodo Alfano che trasforma la figura del Premier in una specie di monarca “repubblicano” e democratico legibus solutus, ed attuare politiche vendicative contro quei settori o ceti sociali ritenuti naturaliter di centrosinistra, magari facendo coincidere il disprezzo destrorso verso il povero con l’unico obiettivo di politica economico-sociale veramente sentito dal centrodestra come vitale per i propri interessi e per la propria identità; diminuire le tasse per i ricchi e per i benestanti. Qualcuno obietterà che Berlusconi parla di riduzione generalizzata di tasse. Questo Ë un altro dei suoi collaudati inganni. Quando Berlusconi non può smaccatamente perorare un taglio delle tasse per i ricchi allora ne taglia un pochino anche a tutte le altre categorie, come fece nella legislatura 2001-2006 con gli effetti per le casse dello Stato che abbiamo visto tutti in passato. Al di fuori di queste due o tre direttrici di marcia, ciò che accade in Italia non interessa proprio un bel nulla a Silvio Berlusconi, che, a mio parere, non ha mai assunto, nonostante le sue altissime responsabilità nel corso dell’ultimo quindicennio, l’abito mentale dello statista. Rimane quel che era; il ricco ‘cummenda’ milanese un po’, o abbastanza, ‘bauscia’ che esibisce la sua ricchezza personale e la fa pesare rispetto a tutti gli altri godendone. Per capire chi Ë veramente Berlusconi più che analizzare i suoi discorsi da politico o da governante, che francamente lasciano il tempo che trovano, bisogna capire lo spirito genuino delle sue battute, delle sue innumerevoli gaffes. Solo allora esce fuori il suo vero ritratto interiore, quello di un reazionario classista finanche rancoroso verso i più deboli, verso i poveri.
Però ha l’aria del simpatico lazzarone, del sedicente ‘tombeur de femmes’ e questo in un Paese come il nostro piace anche a quei poveri, che sono poi le vittime predestinate delle sue politiche sociali. Nel centrosinistra ci si è dimenticati troppo presto, forse per paura di passare per pauperisti demodè, ciò che egli disse nella campagna elettorale del 2006 allorquando si fece scappare che i figli degli operai non potevano avere l’ambizione di essere messi sullo stesso piano dei figli dei professionisti, oppure nel marzo scorso quando in risposta ad una ragazza precaria che gli chiedeva cosa poteva fare per mettere su famiglia senza la sicurezza di un reddito Berlusconi gli rispose che avrebbe fatto bene a sposare il figlio Piersilvio. Uno cosÏ, nel profondo, non può che disprezzare i poveri, gli operai e tutti coloro che non si piegano ai suoi modelli. Gli ispiratori di Berlusconi sono sostanzialmente tre; l’Argentina di Peron, gli Stati Uniti del suo amico Bush e l’Inghilterra della Thatcher. Il primo gli serve per atteggiarsi a demagogo populista e per infinocchiare orde di casalinghe, di pensionati e di giovani sottoproletari già abbondantemente preparate e ‘lavorate’ mentalmente dai modelli conculcati per anni ed anni dalle sue televisioni commerciali. Gli altri due per fare i fatti cioè per riportare l’Italia a decenni e decenni fa, quando lo sfruttamento era legalizzato, quando i padroni del vapore, per dirla con le parole dell’azionista Ernesto Rossi, facevano il bello ed il cattivo tempo ed appunto quando i figli degli operai e della povera gente dovevano rimanere al loro posto rispetto ai figli dei ‘signori’. I primi provvedimenti di questo Berlusconi IV riflettono la storia e la mentalità profonda del personaggio e non fanno altro che ripetere le cose fatte dagli altri tre governi Berlusconi precedenti. C’è, come al solito, tutto il repertorio classista e reazionario della macelleria sociale delle destre; ecco l’incostituzionale discriminazione contro i giovani precari, ecco il tentativo abortito solo a causa di un inaspettato coro di proteste di cancellare con un tratto di penna le pensioni sociali, ecco il taglio dell’Ici a cui hanno abboccato in campagna elettorale anche tanti pesciolini delle fasce disagiate del Paese. Il taglio Ici segue il copione del taglio Irpef di qualche anno fa; il provvedimento è stato preso solo per poter coprire il favore fatto ai ricchi ed ai benestanti. Questo taglio sciagurato dell’Ici fa venire meno ai Comuni la fonte principale di sostentamento ed in effetti per una famiglia non benestante si tratta di una ben povero risparmio. Le mani in tasca ai ricchi effettivamente non le hanno messe, ma a tutti gli altri le metteranno eccome quando i comuni saranno costretti a tagliare i servizi sociali essenziali oppure a richiedere per gli stessi servizi oneri ben più pesanti. I provvedimenti adottati per togliere il respiro alla povera gente ed ai settori ritenuti simpatizzanti del centrosinistra sono stati individuati scientificamente in occasione della Finanziaria. Il massacro sociale continua e continuerà anche con la sanità pubblica. Mentre vengono sfacciatamente privilegiati gli operatori privati della sanità, vogliono costringerci tutti pian piano ad abbandonare la sanità pubblica ed a sottoscrivere le costosissime polizze assicurative private. Si tagliano tutti i settori determinanti per la crescita sociale; la ricerca, l’università, la scuola, la cultura, la libera informazione e non siamo che all’inizio della macelleria sociale. Per completare lo sfregio a danno di chi soffre socialmente, nel momento in cui tanti italiani patiscono sempre di più le umilianti privazioni di una crescente indigenza e nel momento in cui il governo delle tre destre rende loro la sopravvivenza ancor più sfibrante, televisioni e massmedia non fanno altro che sbattere in faccia ai poveri i modelli di vita dei ricchi privilegiati cioè di coloro che votano e sostengono questa maggioranza. Interi programmi della nostra tv-spazzatura ci mostrano un numero impressionante di ragazze che vogliono fare le veline o le miss, fosse anche il concorso di Miss di Roccacannuccia, legioni di ragazzi che sembrano non aver null’altro in mente che andare a dimenarsi nelle discoteche mentre gli idoli di questi ragazzi e di queste ragazze, i calciatori e le veline, veri prototipi dell’homo berlusconiensis, spendono in pochi giorni sulle spiagge di Formentera o di Ibiza soldi che i loro coetanei non vedranno mai neanche in una vita. Questo è il ritratto di un Paese cafone ed ignorante quale è l’Italia odierna e Berlusconi ne è il demiurgo. Questo aspetto antropologico è ben più grave delle piccole o grandi manovre di macelleria sociale in atto. Qui si celebra un ossimoro, una nemesi che ha del paradossale; Berlusconi ha trasformato le menti di una grossa fetta della gioventù italiana di oggi a sua immagine e somiglianza, ma è proprio questa parte della popolazione quella chiamata a recitare la parte dell’agnello sacrificale da parte delle politiche economiche e sociali dei suoi governi. Ci si chiede come mai è possibile questa egemonia totale del berlusconismo; è possibile proprio perchè una intera gioventù è diventata apatica, plagiata dalla stupidità immensa dei suddetti modelli. E’ proprio questa gioventù plagiata, derubata di un minimo senso critico e senza futuro che dovrebbe ribellarsi. Non possono ribellarsi e lottare sempre gli stessi; quelli che hanno fatto il ’68 o quelli che hanno rivoltato le piazze nel ’77 e che oggi hanno come minimo cinquant’anni, moglie, figli ed anche qualche acciacco. Solo dopo questa presa di coscienza possiamo tornare a parlare di politica in senso stretto.

Sembra che dopo la manifestazione di Piazza Navona la presunta opposizione di centrosinistra si sia spaccata. Veltroni intende fare l’opposizione minacciando l’interruzione del dialogo (crediamo che pochi abbiano finora capito cosa egli intenda per dialogo), dando il via ad una raccolta firme contro il governo ed organizzando una manifestazione ad ottobre. Non sono iniziative un po’ troppo ridicole?

La domanda presuppone che oggi in Italia ci sia un’opposizione. Se c’è, io non la vedo.
Non vedo nè opposizione parlamentare, nè opposizione extraparlamentare. Staremo a vedere se a ottobre si muoverà finalmente qualcosa. Il PD è ormai un corpaccione molle ed inerte per reciproca paralisi delle sue due componenti maggiori e dal cui cervello non partono più stimoli elettrici. Lo vediamo ogni giorno su ogni questione. Ultimamente mi ha colpito molto la fuga del Pd dall’esprimere un punto di vista chiaro circa il caso di quella povera ragazza che da anni viene tenuta artificialmente in vita con una macchina. Non si riesce a capire perchè sia stato voluto un partito cosÏ. La sua nascita ha destabilizzato l’Unione e tutta la sinistra dal momento che è venuto a mancare quel centro gravitazionale della sinistra che erano i Ds. Come se ciò non bastasse, il Pd, che aveva l’80% dei ministri e dei sottosegretari nel governo Prodi, ha incolpato la sinistra radicale dei propri fallimenti ed infine la segreteria Veltroni ha fatto di tutto per terremotare quel poco di unità del centrosinistra che ancora resisteva al fallimento di Prodi. Il risultato lo abbiamo sotto gli occhi. La meraviglia di Veltroni su quello che sta facendo Berlusconi è veramente grottesca. Non lo sapeva chi era Berlusconi? A noi azionisti non piace questo sistema elettorale; vorremmo il ripristino di un vero proprorzionale puro e non truccato. Se non il proporzionale puro, ci andrebbe bene anche il proporzionale alla tedesca, che creerebbe sei o sette aree politiche sufficientemente omogenee, cosa che si dovrebbe tentare di fare per mezzo di Federazioni ed alleanze anche con questo sistema. Ma se permane questo sistema sostanzialmente bipolaristico, bisogna comportarsi secondo la logica, certamente sbagliata, di questo sistema. Quindi ciò che ha fatto Veltroni alle elezioni politiche e ciò che ancora continua a fare il Pd, che ora tenta ancora, sempre d’accordo con Berlusconi, di impedire alle già martoriate forze della sinistra di eleggere i propri deputati europei, è del tutto irrazionale. L’abbiamo detto tante volte; con questo Pd Berlusconi può governare fin quando avrà vita. Se è questo che vogliono i piddini lo dicano chiaramente; se invece è questo che temono si affrettino a cambiare segretario perchè Veltroni è un cavallo ormai del tutto bruciato. Il fatto è che noi, e non solo noi azionisti, non siamo affatto sicuri che i piddini fra cinque anni vogliano tornare al governo sconfiggendo Berlusconi. L’involuzione progressiva del ceto di provenienza ds è veramente preoccupante. Ciò che di sano c’era ancora nei Ds è stato progressivamente svuotato nel corso degli ultimi quindici anni dall’elemento democristiano, che ha così completato il suo lungo cammino di annichilimento di tutti i suoi alleati laici e di sinistra, un lungo processo che comincia nel primo dopoguerra con Psdi e Pri, continua negli anni ’60 fino a Tangentopoli con i socialisti e si conclude oggi con la nascita del Pd e quindi con la totale sparizione della residua diversità comunista o postcomunista. Molti osservatori dipingono un quadro non realistico dei rapporti di forza all’interno del PD. Pensano che sono i comunisti o i postcomunisti a dominare sugli ex dc. Non è vero o è vero solo in apparenza; sono i democristiani ex Margherita-ex Ppi-ex Dc ora Pd che dettano il compito agli altri. La cultura democristiana è stata per gli alleati laici e per la sinistra ciò che la kriptonite è per Superman; la vicinanza toglie forza, provoca spossatezza, paralisi, calo della passione politica, incapacità di desiderare una società nuova, assimilazione al doroteismo. Sono quattro mesi che il centrosinistra assomiglia ad un campo di rovine e al momento attuale non si vede ancora la fine del tunnel. Che opposizione si può fare in queste condizioni? Che raccolta di firme vuol fare il Pd? Forse in queste condizioni farebbe meglio a fare una raccolta di punti-premio nei supermercati, di quelle che servono a portarsi a casa un set di bicchieri e di piatti. Sempre sperando che piatti e bicchieri non se li lancino le une contro le altre le innumerevoli fazioni in cui il Pd si sta dividendo al proprio interno. Se non si ricostruisce un’unità del centrosinistra, e certamente su basi programmatiche nuove, in modo da aspirare ragionevolmente a vincere le elezioni del 2013 e di rinnovare effettivamente il Paese, compito in cui Prodi ha fallito totalmente, la gente continuerà a dar fiducia a Berlusconi ed al centrodestra.

Di Pietro, come al solito, si è calato nei panni del giustiziere della domenica coadiuvato da “comici e cantanti” che, come in un circo di serie b, hanno dato un penoso spettacolo non riuscendo a produrre altro che invettive ed insulti di bassa lega e ottenendo solo l’infelice risultato di tirarsi una zappata sui piedi…

Lo spettacolo di Piazza Navona contro la “Casta” è stato effettivamente penoso. Ho trovato le offese contro Mara Carfagna volgarissime e semplicemente indegne di una forza politica, anche se di opposizione. Speculare pesantemente su immaginarie prestazioni sessuali di una avversaria politica non potrebbe mai essere nello stile di un azionista. L’opposizione di un azionista può essere durissima, ben più dura di quello dipietrina. Più di sessant’anni fa è arrivata anche alla resistenza armata, alla lotta di Liberazione Nazionale, altro che i lazzi satirici della Piazza Navona dipietrista ed i Vaffa-Day grillini, ma l’azionista non dimentica mai di essere una persona di un certo livello, un ‘galantuomo’ nel senso più bello e meno retorico di questa parola. Chi ha surriscaldato politicamente quella piazza dalla quale sono partite quelle scurrilità plebee (tra l’altro, senza lo straccio di una prova), quel linciaggio umiliante ai danni di una donna che prima di essere un’avversaria politica è una giovane signora che non credo abbia mai fatto del male a chicchessia, dovrebbe vergognarsi! Essere antiberlusconiano non vuol dire scendere a quelle bassezze. Lo dice uno che, come tutti i suoi compagni di partito, in fatto di antiberlusconismo non deve prendere certamente lezioni dal dott. Di Pietro. E’ vero che quel lessico postribolare non è uscito dalla bocca del Di Pietro, ma quest’ultimo ha consentito che la piazza si trasformasse nel baraccone da avanspettacolo guittesco che poi è diventato specialmente alla fine con altre offese, del tutto inopportune, al Papa ed al Presidente della Repubblica. Ancor più penoso è stato il tentativo di Di Pietro di scaricare la Guzzanti. In quanto a Grillo, le cose scritte da alcuni dei nostri compagni su questo Forum si sono rivelate di una esattezza matematica tanto è vero che il giornalista Curzio Maltese in un articolo del 10 luglio su “La Repubblica” intitolato “Show Business sul palco” le ricalcava puntualmente. Oltre a Maltese, hanno preso decisamente le distanze dal duo Di Pietro-Grillo anche Nanni Moretti, Giulietto Chiesa, Elio Veltri ed altri ancora. Di Pietro e Grillo sono riusciti quindi a spaccare del tutto ed in modo irreparabile anche quella che avrebbe potuto essere la loro area, l’area nuova del centrosinistra, quella che più volte abbiamo ribattezzato come l’area ultrademocratica, area che, in realtà, è nata morta o, meglio, non è mai nata. Che non sarebbe mai nata noi azionisti lo abbiamo capito prima di tutti gli altri, già ai tempi in cui si tentava di varare la Lista Civica Nazionale senza di noi, una aggregazione dalla quale siamo usciti immediatamente e che per noi nasceva già morta, come in effetti è puntualmente accaduto. Ma torniamo alla furba demagogia dipietrino-grillesca sulla Casta.
La Casta va distinta dal Regime e dal Sistema. Su questi tre termini l’IDV ed il suo capo fanno molta confusione, come del resto il loro amico Grillo. La Casta è una categoria della sociologia della politica, che, al contrario di quello che pensano i signori succitati, non è per niente un fatto nuovo. Il fenomeno è stato già abbondantemente studiato, tanti anni fa, da sociologi della politica del calibro di Weber, Pareto, Mosca, Michels; i Nostri non hanno fatto altro che riscoprire l’acqua calda e strumentalizzarla ai fini delle proprie botteghe sulla scia del fortunato libro di Stella. Il pensiero dei Di Pietro e dei Grillo è un pensiero davvero qualunquista e sempliciotto. Lo si vede anche da come parlano di Casta e di Regime, come se fossero la stessa cosa. Confondono la Casta con il Regime, che invece è una categoria della filosofia della politica. Menando il can per l’aia, non so fino a che punto in modo naif o in modo consapevole dato il loro veramente non eccelso livello culturale, i due (e soprattutto il primo cioè Antonio Di Pietro) non si accorgono che l’Italia dei Valori è un partito della Casta, nè più, nè meno che tutti gli altri finora approdati in Parlamento. Perchè l’IDV dovrebbe essere diverso dagli altri? Hanno mai rinunciato al 70% dei propri stipendi parlamentari donandolo ad opere di carità e di solidarietà sociale, così come farebbe un parlamentare del ‘Nuovo Partito d’Azione’ se fosse presente in Parlamento? Hanno mai denunciato lo scempio del finanziamento pubblico ai partiti, doppio scempio se pensiamo che era stato già abolito da un referendum? E se l’avessero denunciato, hanno mai rinunciato al lauto finanziamento? Hanno mai rinunciato a farsi chiamare onorevoli e senatori imponendo l’uso del solo termine di ‘Signor deputato al Parlamento Nazionale’, come si fa nei paesi seri e veramente democratici dell’Occidente? A tutte e quattro le domande la risposta è no. Allora in cosa sono diversi dagli altri per quanto riguarda l’appartenenza alla Casta? Appartenere alla Casta questo significa in pratica; significa godere degli scandalosi privilegi del ceto politico professionale, pagati con i sacrifici dei cittadini italiani che lavorano e pagano le tasse e, addirittura, anche con altri sacrifici da parte dei cittadini che non lavorano. Significa fregiarsi dei segni, sempre più odiosi, di quello status da privilegiati. Se la Casta è immorale, non vedo in cosa Di Pietro e l’IDV si differenzino in meglio dagli altri partiti che hanno bazzicato il Parlamento. Questo per quanto riguarda la Casta. Veniamo quindi al Regime. Di Pietro e compagnia bella accusano Berlusconi di voler creare un regime autoritario. Fin qui possiamo e dobbiamo necessariamente condividere la sua accusa, anche se un regime vero e proprio, come già ho avuto modo di dire in altre occasioni, non mi pare ancora di averlo visto. Quello che non mi spiego è che il Di Pietro politico non segua su questo punto la scia del Di Pietro magistrato. In altre parole, mi sembra che quanto meno si debba parlare di due regimi; quello berlusconiano, se vogliamo sposare in pieno l’accusa di Di Pietro, e quello democristiano della Prima Repubblica. E’ davvero molto strano che l’uomo che come magistrato dette la spallata più forte, o quanto meno più teatrale, a quel regime, poi da politico si dimentichi che in Italia c’era un regime anche prima di quello di Berlusconi; se permette, dico che si trattò di un regime molto più nefasto ancora di quello berlusconiano. Di Pietro si scaglia ogni giorno contro le leggi ‘ad personam’ imposte dal centrodestra per Berlusconi e fin qui tutto bene, ma poi dimentica o non si accorge nemmeno (sempre che sia in buona fede) che la salvaguardia della democrazia tocca molti altri aspetti, non meno delicati; le infiltrazioni negli organi di sicurezza dello Stato da parte di elementi con ideologia fascista (vedasi il caso Genova 2001 e della Commissione sui fatti del G8 che è stata affossata proprio dagli uomini di Di Pietro), l’occupazione di tutti i gangli dello Stato da parte di un solo partito (una situazione da prima Repubblica), l’occupazione della macchina statale con annesse degenerazioni clientelari (anche su questo aspetto di enorme importanza la DC ha fatto danni incomparabili con quelli finora fatti dai governi Berlusconi), tutta la lunghissima sequela di misteri, di morti ammazzati, di stragi che hanno insanguinato l’Italia dal 1947 (strage di Portella della Ginestra) al 1993. Per non parlare della lotta alla mafia o alle mafie ed alle agenzie occulte. Insomma la corruzione classica e le leggi pro-Caimano sono solo un 20% dell’impegno per la moralità, la giustizia e la democrazia. E dov’è l’altro 80%? Dei temi sociali ed economici non se ne parla nemmeno da quelle parti. Strano che contro la DC Antonio Di Pietro abbia sempre avuto ben poco da dire, così come contro gli inquietanti fenomeni accaduti sotto il regime dc. Qualche giorno fa è caduto l’ennesimo anniversario della strage di Bologna e non ricordo di aver sentito o letto una forte presa di posizione di condanna contro quella fenomenologia deviata e stragista. Forse non sono stato attento ma sul sito dell’IDV c’era altro ed una forte presa di posizione di ADP, che in questo momento ha una visibilità enorme, non l’ho proprio sentita. Ho detto già molte volte in passato che quella di Di Pietro Ë una legalità molto limitata, quasi da questurino, e mi sembra che le cose stiano proprio così. Mi rendo conto di aver già parlato molto di Di Pietro e nello stesso tempo di non aver espresso neanche il 10% delle critiche che noi azionisti sentiamo di fargli. Io non voglio dire che egli ed il suo Partito non debbano attaccare ogni giorno Berlusconi, per quanto gli attacchi dei dipietrini girino sempre sugli stessi motivi; lo facciano. Almeno rispetto a quell’autentico fallimento che è il PD fanno l’opposizione come è giusto che si faccia. Quello che noi azionisti non accettiamo è che lui ed il suo partito si atteggino presso l’opinione pubblica come i soli ed i veri interpreti della moralità pubblica, dell’onestà, della lotta per la giustizia e del politicamente nuovo. Questo semplicemente non è vero. E purtroppo spiegare perchè non è vero richiederebbe ormai un libro, dal momento che non passa giorno senza che girino voci e storie poco chiare sul conto di quel partito e del suo capo. Io francamente non saprei neppure dove cominciare tante sono le cose da dire. Molti fatti sono stati già portati alla luce e non da avversari o da servi di Berlusconi, come recita la propaganda dipietresca, ma da personalità di grande prestigio che hanno lavorato per anni fianco a fianco con Di Pietro. Uno di questi Ë Elio Veltri. Le cose che racconta Veltri sono molto pesanti e se fossero vere, anche solo al 30%, sarebbe la fine del mito del paladino della giustizia, del giustiziere senza macchia. Vedo che la massa dei fans di Di Pietro non vuol sentire ragioni, non vuol neppure ragionare su certi fatti. Si tratta di credere a Di Pietro o a Veltri. Io, che ho conosciuto tutti e due, non esito a credere a Veltri e non perchè anche noi azionisti facciamo i piccoli fans di questo o di quell’altro, ma perchè i fatti che non ci piacciono e che non ci convincono sono diventati ormai veramente troppi. Quindi, non è che noi stiamo a ripetere a pappagallo le solite accuse che vengono rivolte a Di Pietro come quella di essere un giustizialista assetato del sangue delle povere vittime finite ingiustamente in gattabuia ai tempi di Mani Pulite. Tutto il contrario. Noi non riusciamo a prendere sul serio Di Pietro proprio nel ruolo di moralizzatore e di rinnovatore della politica italiana e ciò per un numero ormai lunghissimo di motivi. Ci tengo a ribadire questo concetto perchè una certa visione ingenua circa di Pietro è arrivata a lambire finanche i confini della nostra rigorosa comunità neoazionista. E’ arrivato quindi il momento che noi ci si esprima con parole molto chiare su Di Pietro e l’IDV. In sintesi, noi azionisti riteniamo che Di Pietro e l’IDV non abbiano i requisiti minimi per interpretare il ruolo che ADP e IDV tengono a rivestire. Dico di più per poter essere ancora più chiaro; ritengo che, secondo i nostri criteri azionisti, nè Di Pietro, nè molti dei suoi uomini potrebbero far parte del nostro Partito e della nostra comunità, piccola o meno piccola che essa sia. Non raggiungono i nostri criteri minimi per essere considerati da noi come paladini della legalità e della moralità o del nuovo in politica o per essere accettati come membri di un partito come il nostro di intransigenti e radicali rappresentanti della legalità, della moralità, della diversità, proprio alla luce di quei valori che essi in buona parte millantano e che sono stati a detta unanime incarnati nella storia di questo Paese solo da coloro che si sono richiamati alla cultura politica azionista. Questo dato deve essere d’ora in poi chiarissimo; sia per chi viene da noi, sia per tutti gli altri. Non si può essere al tempo stesso azionisti (o neoazionisti) e dipietristi. L’azionismo non ha bisogno di ruspanti caricature. E non è solo questione di moralità e di onestò, ma anche di stile, come dicevo prima a proposito dell’episodio della Carfagna. Faccio un esempio solo apparentemente insignificante; qualcuno dei lettori del nostro Forum ricorderà quella serata, prima delle elezioni del 2006, in cui Di Pietro e l’attuale Presidente del Senato Schifani furono invitati al noto programma del Bagaglino. Non potrò mai dimenticare come finì quella serata; Di Pietro e Schifani, nella vita politica quotidiana acerrimi nemici, si stavano rotolando o, meglio, si stavano letteralmente sbracando dalle risate mentre si scambiavano davanti a tutti gli italiani torte in faccia, riversi l’uno sull’altro per terra. E pensare che uno dei due ora è Presidente del Senato. Di Schifani però non voglio parlare; sappiamo chi sono i forzaitalioti.
Ma chi pretende di essere di molto superiore, chi pretende di essere il paladino degli onesti che resistono a questa nuova degenerazione della politica e del vivere civile che è il berlusconismo, chi pretende di essere il giustiziere, il solo giustiziere dei torti subiti dalla gente comune, non può poi, di punto in bianco, trasformarsi in oggetto di lazzi da taverna e giocarsela a dadi con l’accolito del Don Rodrigo di turno. Lo diceva pure Enzo Biagi: capita che qualcuno ingravidi una ragazzina, ma se lo fa il parroco lo scandalo è più grande. Per far capire la differenza tra uno di noi ed uno di loro, se al posto di Di Pietro ci fosse stato uno dei nostri, il giorno dopo sarebbe stato messo fuori dal Partito. Dietro di noi abbiamo una tradizione storica gloriosa e di grande rigore culturale, stilistico, etico (e politico naturalmente) e questo fa una enorme differenza. Per questo, a noi non sarebbe mai potuto capitare tra i piedi un De Gregorio qualsiasi, ecco perchè tra di noi non abbiamo nè potremo mai avere un solo riciclato proveniente dall’Udeur o da Forza Italia o dalla quarta fila dei vecchi notabili democristiani del Sud, così come centinaia di altri strani e discussi personaggi su cui Di Pietro non ha nulla da ridire. C’è un’altra differenza tra noi azionisti ed i dipietristi sul piano etico. Essa consiste in quella che potrei definire una sorta di prova ontologica della legalità, con rovesciamento dell’onere della prova stessa. In altre parole, tutto ciò che per Di Pietro non è platealmente illegale diventa ipso facto non solo lecito ma addirittura normale, se non proprio prova di moralità. Hai avuto comportamenti molto discutibili politicamente e moralmente, ma non sei stato condannato da un Tribunale dopo il terzo grado di giudizio o anche dopo il primo? Allora sei pulito, puoi essere eletto, il tuo nome non deve entrare nella ‘black list’ che i nostri amici giornalisti stilano per gli uomini degli altri partiti. Troppo semplice, troppo comodo, però agire così e pretendere di essere al tempo stesso il Lancillotto della moralità e del nuovo. La cultura, l’immagine, l’etica, lo stile, allora non hanno il compito di effettuare nessuna selezione preventiva? Non contano nulla? Esattamente ciò che prima definivo una legalità da questurino. Sul piano etico insomma non troviamo nessun motivo particolare per stabilire un asse privilegiato tra NPA e IDV. Sul piano strettamente politico le cose sono ancora meno incoraggianti. Non è che lo diciamo noi (che con l’IDV non abbiamo mai avuto a che fare finora, a parte un breve momento nel 2006 in cui noi proponemmo loro tre o quattro nostre candidature di pura testimonianza nelle loro liste e loro rifiutarono la proposta senza darci alcuna spiegazione), ma lo dicono tutti coloro che con Di Pietro hanno avuto a che fare. Dire che il politico Di Pietro è inaffidabile mi sembra il minimo; da Occhetto e Chiesa a Prodi, da D’Alema a Segni, da Fini a Casini fino all’ultima vittima Veltroni, le giravolte improvvise del leader Idv non si contano nemmeno più. Oggi è un isolato col vento in poppa, ma che sa che tutti, per un motivo o per l’altro, ce l’hanno con lui. Quindi, spinge l’acceleratore dell’antiberlusconismo al massimo, nel tentativo di garantirsi il 5%, che è la sua sola assicurazione per il futuro. Il dott. Di Pietro non vuole o non può allearsi con nessuno e nessuno vuol più allearsi con lui. Poi, non si può mai dire perchè essendo l’Italia un paese in cui tanti fessi si credono furbi non è neanche da escludere che faccia una nuova vittima. Qualcuno dell’ex Sinistra Arcobaleno, per esempio, stia attento a non essere la prossima. Tutti ormai sanno che allearsi con Di Pietro è una operazione ad altissimo tasso di rischio.Tra l’altro, Di Pietro politicamente non ha pagato ancora alcun dazio perchè è un furbo spregiudicato e finora gli è andata sempre bene. Contro l’indulto ha fatto la sceneggiata e se l’è cavata senza far nulla di serio per impedirne l’approvazione, nell’ultimo governo Prodi se c’era qualcuno che più di tutti dava l’immagine della rissosità questo qualcuno era proprio lui ed invece a pagare sono stati Mastella ed i partiti della sinistra radicale (per non dire del PS). Posso continuare a lungo; chi durante le ultime fasi del governo Prodi e prima delle presentazione delle liste poneva veti contro la sinistra comunista era sempre lui. Però è andata male solo al PRC e al PDCI (ma anche a SD ed ai Verdi). Chi non ha tenuto fede ai patti con Veltroni è stato sempre lui. Prendo a prestito, a tal proposito, le parole che Giulietto Chiesa ha scritto dopo Piazza Navona; in quella occasione Di Pietro ha inveito contro Veltroni e contro la debolezza del PD nell’opporsi a Berlusconi, rivendicando nei confronti del PD, che lo aveva invece salvato dalla stessa fine che ha fatto la SA ed il PS, il preteso ruolo di unica opposizione per IDV:
Di Pietro, non dimentichiamolo, è stato uno degli artefici del ‘successo’ di Veltroni. E’ un suo alleato. Se vivessimo in un paese normale la prima cosa che il pubblico di Piazza Navona avrebbe dovuto chiedergli, a gran voce, sarebbe stata di spiegare perchè è entrato nel “pacchetto” di Veltroni. Si è sbagliato? Lo dica. Altrimenti saremo costretti a pensare che ci sta prendendo tutti per i fondelli”.
Giulietto Chiesa poi aggiunge un’altra considerazione molto interessante. Egli dice che “Di Pietro sapeva perfettamente che Veltroni non avrebbe affrontato il conflitto d’interessi di Berlusconi, perchè si era messo d’accordo con lui. Ma ha fatto il furbo e ha aspettato l’occasione per smarcarsi. Perchè ha fatto la manfrina? Per trarne vantaggio per se e per Italia dei Valori. A scapito dei cittadini, che hanno elevato – turlupinati – Veltroni e il PD a finta opposizione di Berlusconi. Dunque Di Pietro ha partecipato all’inganno e, per giunta, sappiamo che ne era consapevole fin dal momento del concepimento dell’inganno”. Resta ancora un mistero da chiarire, un rebus intorno al quale molti osservatori della politica italiana più recente si sono a lungo interrogati in questi ultimi quattro mesi senza sapersi dare ancora una risposta: ma perchè Veltroni ha fatto l’accordo elettorale proprio con Di Pietro? I socialisti si chiedono pure; perchè con Di Pietro e non con noi? Io voglio proporre una chiave di lettura che parte proprio da una cosa che ha ricordato Chiesa; Veltroni fece, prima delle elezioni, un patto segreto con Berlusconi.
La prima delle merci di scambio era appunto, come dice Chiesa, l’impegno di Veltroni a non affrontare il conflitto di interessi. L’altra era di imporre il bipartitismo coatto aiutandosi a vicenda nel far fuori il maggior numero di alleati scomodi, o ex alleati scomodi o potenziali futuri alleati scomodi, possibile. Chi mi legge ricorderà che prima della formazione delle liste e delle alleanze giravano voci di una possibile alleanza di Di Pietro con Casini, con Pezzotta e con Tabacci, l’odierna neodemocristiana Unione di Centro. Non erano solo voci. I giornali avevano pubblicato notizie di incontri svoltisi al Ministero delle Infrastrutture per costituire questo nuovo polo. Questo dava fastidio a Berlusconi che si era fissato di poter provocare l’estromissione di Casini e dell’Udc dal Parlamento e la manovra non sarebbe potuta andare in porto se alle truppe democristiane di Casini si fossero unite anche quelle dell’ex pm. A quel punto Berlusconi, nell’ambito dell’accordo con Veltroni e delle larghe intese, chiede a Veltroni di staccare Di Pietro da Casini. Come? C’era un solo modo; quello di associare Di Pietro in una alleanza con il Pd. E’ una ricostruzione fantasiosa? Può darsi. Attendo in tal caso smentite e chiarimenti da parte degli interessati. Certo è che prima delle elezioni si consumò da parte degli alleati PD-IDV una complessa commedia degli ‘inciuci’ e degli inganni. Ci vuole ben altra credibilità politica per fare l’opposizione a Berlusconi.
In ogni caso, la scorrettezza di Di Pietro nei rapporti politici ha pagato finora solo per lui. Lui è l’unico a stare bene oggi nell’ex centrosinistra e tutti gli altri sono a pezzi. Di Pietro, in altri termini, prima ha seminato zizzania ed animosità nel cortile del centrosinistra spingendo anche Veltroni alla rottura con il resto della coalizione ed ora che ha contribuito così tanto allo sfascio della coalizione specula ai suoi esclusivi fini sullo stato catatonico, ormai conclamato, dell’ex Unione, rivoltandosi anche contro Veltroni e rialzando la posta sempre di più nei suoi confronti ben sapendo, già da prima delle elezioni, dove e quando avrebbe potuto colpire anche il Pd alle spalle. A questo punto deve solo sperare che il suo gioco al massacro in campo amico (e purtroppo non nemico; Di Pietro è la migliore polizza per la tenuta del centrodestra) gli vada sempre bene.

Parliamo ora del nostro Partito. Gli inviti ai congressi del P.S. e della S.D. sono un grosso passo in avanti per l’NPA che si accredita sempre di più come interlocutore serio e credibile per i partiti che ruotano intorno all’area riformista. L’orizzonte a sinistra si è schiarito dopo la bufera elettorale?

Innanzitutto due brevi premesse. La prima è che per quanto riguarda l’invito al congresso della Sinistra Democratica c’era un invito che non era ancora ufficializzato ma siamo stati noi a soprassedere perchè vorremmo prima avere un incontro con il loro nuovo segretario Fava a settembre. L’altra premessa è il dato inerente al numero delle forze oggi in campo nel centrosinistra. Questo nostro Forum ‘orange’ ne ha già fatto un elenco completo, preciso ed aggiornato. Lo riporto un attimo per comodità di discussione. Ci sono oggi nel centrosinistra ed a sinistra del PD 15 partiti: Pd, Idv, Radicali Italiani, Prc, Pdci, Verdi, Sd, Ps, Pcl, Sc (Sinistra Critica), Consumatori, Pcb (Partito del Bene Comune), Psdi, PdAC (Partito d’Azione Comunista) e noi dell’Npa (Nuovo Partito d’Azione).
Probabilmente bisogna mettere in conto che due o tre dei partiti summenzionati troverebbero qualcosa da ridire per il fatto di essere stati catalogati nel campo del centrosinistra. Vedremo le loro prossime mosse. Si potrebbe arrivare anche ad un elenco di 12 partiti invece di 15. Prima di affrontare la domanda, mi sia consentito un ulteriore inciso. Di tutti e quindici i partiti dell’area vasta del centrosinistra, il nostro è l’unico che non si è presentato ancora col proprio simbolo alle elezioni e quindi c’è un dato elettorale, quello che riguarda il ‘Nuovo Partito d’Azione’, ancora totalmente inespresso. A questo proposito io ritengo che, una volta che si presentassero per noi le condizioni minime per concorrere quasi ad armi pari e per fare un po’ di campagna elettorale, il nostro partito avrebbe un interessante potenziale elettorale, sicuramente tale da non farci sfigurare rispetto a grandi partiti storici e con decine di migliaia di iscritti, che oggi navigano tutti intorno allo 0,8% dei voti, come abbiamo visto nel caso di tutti i partiti della sinistra ex-parlamentare nel corso delle passate elezioni politiche di aprile. Mi permetto altresì di ricordare che tutti i partiti che si sono presentati alle ultime elezioni lo hanno fatto senza raccogliere una sola firma. Detto questo, posso inoltrarmi nella risposta. Il ‘Nuovo Partito d’Azione’ sta facendo tanti piccoli passettini in avanti, magari non eclatanti e teatrali, ma concreti. Un lavoro solerte da formichine, possiamo dire. Altri passettini cercheremo di farli a partire dalla ripresa. Abbiamo molti progetti in mente, tra cui anche quello del giornale del Partito. Solo due anni fa programmammo nel corso della nostra prima Direzione Nazionale il numero di iscritti ed aderenti che avremmo dovuto raccogliere al termine di un lunghissimo ciclo di lavoro di molti anni, un numero minimo soddisfacente che credevamo di raggiungere magari solo dopo dieci o più anni. Ebbene, posso dare l’annuncio che quel numero è stato già raggiunto nello scorso mese di luglio, non dopo dieci o dodici anni, come avevamo programmato nel maggio 2006, ma dopo solo due anni. Questo stesso Forum può ormai contare su una media di 400 visite al giorno, esclusi gli utenti registrati. Quindi siamo abbastanza soddisfatti del lavoro fatto e del posizionamento che stiamo raggiungendo. Ancor più, quindi, ci stiamo accreditando in quel settore del centrosinistra che dovrebbe raccogliere le forze che si richiamano al riformismo. In fondo, i quindici soggetti del centrosinistra (in senso vasto), almeno teoricamente, dovrebbero formare, pur senza sciogliersi o fondersi, tre aggregazioni più grandi; una comunista (ben cinque partiti si richiamano al comunismo), una moderata con il Pd, alcuni dicono anche con l’Idv (ma io sull’Idv non azzardo pronostici come ho cercato di far capire prima) come è accaduto alle elezioni dello scorso aprile, ed infine, in mezzo, ci potrebbero stare tutti gli altri formando una area laico-progressista, riformista e di sinistra democratica. Questo vorremmo noi e questo vorrebbero la logica, il buon senso, la tradizione storica e la razionalità teorica. Sfortunatamente per l’Italia e per il centrosinistra italiano però, la teoria e la razionalità non stanno proprio di casa in quest’altra metà politica del nostro Paese. Le cose in pratica vanno in un modo alquanto diverso. Per quanto riguarda l’area comunista, tutti e cinque i partiti comunisti stanno in pessimi rapporti fra di loro e il Prc non è detto ancora che non produca un’ulteriore scissione. Il Pd ha appena divorziato con l’Idv per quanto riguarda l’area moderata. Nell’area intermedia, che solo per brevità definirei riformista, quella nella quale anche noi dell’Npa potremmo giocare un certo ruolo, un vero dialogo tra le varie componenti è appena iniziato ma anche qui sono più spine che rose; pesa al momento attuale una certa incomunicabilità tra il Ps e la Sd i cui disegni non sono ancora ben chiari o, quanto meno, non lo sono per noi dell’Npa. E’ soprattutto con questi due partiti che vogliamo approfondire il confronto a partire dalla ripresa settembrina. Il confronto non verterà soltanto sulle identità e sui programmi perchè se ognuno si rinserra nella difesa della propria identità e della assoluta giustezza dei propri punti programmatici non si va da nessuna parte e si resta tutti nelle sciagurate ed incredibili condizioni attuali; quindici partiti tutti isolati l’uno dall’altro. Non è pensabile di continuare così ancora per molto. Il problema più che nelle identità, è chiaro che ognuno si tiene la propria ed anche la propria autonomia ed il proprio simbolo, sta nelle diverse formule strategiche in competizione. Per fare un esempio; Sd ha aspettato con ansia il congresso di Rifondazione Comunista nella speranza lo vincesse Vendola in modo da fare insieme al Prc la ‘Costituente di Sinistra’. Le cose sono andate però nel modo peggiore per le speranze del movimento di Mussi e di Fava ed adesso, a meno che non avvenga una scissione nel Prc, non si capisce quali saranno le contromosse della Sd. Stesso discorso per i Verdi. A settembre cercheremo di capire bene anche cosa vuol fare il nuovo segretario del Ps, Nencini, a cui bisogna dare il tempo minimo, essendo stato appena eletto, di farsi il suo giro di orizzonte. Tutti dicono che bisogna uscire dall’isolamento in cui tutti versano, ma ancora non si riesce a vedere il modo in cui poter rendere compatibili le varie opzioni strategiche attualmente in campo. Vedremo cosa succederà alla ripresa. Per noi la cosa peggiore è che, da un lato, il Ps possa essere risucchiato dall’area centrista piddina-democristiana e che, dall’altro, la Sd non sappia considerarsi come autonoma rispetto all’area comunista. Io posso solo assicurare alla nostra comunità, ma anche ai nostri estimatori sparsi nelle associazioni o nei forum o in altri partiti che l’Npa cercherà di stabilire un dialogo con quanti più partiti è possibile. Forse non sarà possibile dialogare con tutti gli altri 14 partiti, ma almeno con 5 o 6 dovremo cercare di mantenere un canale di dialogo permanente. Un’altra cosa che posso assicurare, e qui mi rivolgo ai tanti compagni che auspicano la formazione di un’area riformista forte ed autonoma, è che l’Npa si batterà fino all’ultimo per questa ipotesi. Dovremo cercare di fare queste due cose non per il nostro bisogno di riconoscimento, che per fortuna comincia ad essere un problema in via di definitivo superamento, ma proprio perchè riteniamo che la nostra collocazione possa essere utile ai fini della ricomposizione di una rinnovata area riformista o riformatrice e, di conseguenza, di un quadro politico coeso ed unitario all’interno del quadrante di centrosinistra.

 

Le impronte digitali dei bambini rom

Non ho capito bene se l’accusa di razzismo mossa da più parti del centrosinistra alla decisione del governo Berlusconi di procedere alla schedatura dei bambini rom nasca dal fatto che il provvedimento di Maroni intende rivolgersi solo a minori, per giunta rom, e quindi configurerebbe una discriminazione razziale oppure perché si ritiene contrario alla dignità umana il fatto in sé di rilevare delle impronte. Se fosse la seconda ipotesi quella vera allora si tratterebbe di una opposizione del tutto insensata, in quanto il rilievo delle impronte fa parte dell’attività ordinaria delle polizie di tutto il mondo. Non resta quindi che la prima ipotesi. Dico subito che in tal caso coloro che si oppongono da sinistra e da settori del mondo cattolico (vedi la rivista ‘Famiglia Cristiana’) hanno ragione. Il guaio però è che lanciata l’accusa di razzismo buona parte del centrosinistra ritiene di aver risolto tutti i problemi oppure ritiene che i problemi della sicurezza siano una invenzione propagandistica della destra. Così non fa altro però che confermare la sua miopia, pagata molto caramente alle scorse elezioni. Questo atteggiamento ‘buonista’ ed irresponsabile è poi quello che legittima l’accusa che viene rivolta dall’attuale maggioranza verso ampi settori del centrosinistra, accusati di parteggiare sempre per la microcriminalità. Questi settori del centrosinistra sempre prontissimi a sventare qualsiasi attentato ai sacrosanti diritti dei cosiddetti ‘diversi’, però si disinteressano sempre dei non meno sacrosanti diritti di chi viene quotidianamente derubato o scippato. Ci si limita a denunciare il razzismo, senza mai proporre nulla in tema di sicurezza. Noi azionisti siamo per una sinistra diversa anche in questo campo, una sinistra che sappia conciliare solidarietà e sicurezza senza cadere nel razzismo, ma neppure nello stolido ‘buonismo’, che è una delle rovine della sinistra. Il caso in questione ce ne dà l’opportunità. Ci dà l’opportunità anche di proporre una soluzione che faccia conciliare il massimo di efficacia investigativa e di prevenzione del crimine con il massimo di democraticità, ben sapendo che quest’ultima non può ammettere preconcette discriminazioni basate sulla razza. C’è una soluzione che assicura anche l’estrinsecazione del più alto concetto di democrazia che si possa concepire nel settore della sicurezza ed è precisamente quella di rilevare le impronte di tutti, senza alcuna esclusione, dal Presidente della Repubblica fino all’ultimo clandestino irregolare e fuorilegge. Siamo disposti, se necessario e se richiestoci, anche a dare personalmente l’esempio. Io ed altri dirigenti del ‘Nuovo Partito d’Azione’ ci offriamo volontari. E’ una sfida che lanciamo a tutti, non solo alla sinistra “buonista”. Ma, chissà perché?, già siamo pronti a giurare che questa iper-democratica opzione non piacerà né a questo, né a quello perché in realtà questa insostenibile situazione della sicurezza fa cinicamente comodo a molti, sia ai “buonisti” che ai “cattivisti”.

 

Il rincaro mondiale dei prezzi

Una seconda ed ancor più drammatica ondata di aumenti dei prezzi si sta abbattendo sui consumatori. Mentre la prima, immediatamente successiva alla introduzione dell’euro, è stata ritenuta per lo più derivante da cause interne (la impreparazione italiana all’euro, la sbagliata percezione della nuova moneta, la speculazione dei commercianti e dei produttori italiani), l’attuale fase di innalzamento del costo della vita deriva invece da una congiuntura mondiale di cui il consumatore italiano fatica ormai a individuare la causa o le cause, essendo quest’ultime situate molto lontano geograficamente e in meccanismi di difficile comprensione per il cittadino medio italiano. Effettivamente oggi stiamo vivendo una nuova ed ancor più preoccupante stagione di rincari dei prezzi. Le cause sono sostanzialmente quattro;

1) La speculazione finanziaria sui mercati internazionali. Alla Borsa di Chicago (Chicago commodity stock exchange – Borsa delle materie prime di Chicago), dove vengono formati i prezzi internazionali di quasi tutte le materie prime alimentari, la speculazione la fa ormai da padrona. Nel giro di pochissimo tempo i volumi scambiati attraverso quella Borsa sono balzati alle stelle, chiaro indice di movimenti anomali e speculativi tanto più in un ambito in cui i consumi sono abbastanza anelastici cioè connaturati a precisi limiti fisiologici (in altre parole ogni persona mangia più o meno la stessa quantità di cibo ogni giorno e non la moltiplica per tre o per dieci da un giorno all’altro). I contratti ‘futures’ sulle merci e sui prodotti agricoli, che alimentano la speculazione, stanno diventando un mezzo, che io definirei moralmente infame ed economicamente e socialmente disastroso per tutta l’umanità, per rifarsi in poco tempo delle perdite ingenti subite in occasione dei crolli dei mercati finanziari degli ultimi mesi che furono causati dai famigerati mutui ‘subprime’ statunitensi. La speculazione finanziaria sui prodotti agricoli incide sugli aumenti di questo periodo che si stanno verificando in tutto il mondo per una percentuale che va dal 35% al 70%. Purtroppo non mi meraviglio, anche se ritengo tali comportamenti infami, che una piccolissima parte dell’umanità non abbia alcun ritegno o scrupolo ad affamare la gran parte dei suoi simili per pura avidirà di guadagno finanziario, per rifarsi delle perdite dei precedenti titoli finanziari in portafoglio. Due miliardi di poveri del Terzo e del Quarto Mondo sono a rischio sopravvivenza per questo aumento di natura puramente speculativa. Nell’isola di Haiti la gran parte della popolazione locale si ciba ormai di focacce impastate con una particolare argilla! Rivolte di popoli affamati e disperati stanno scoppiando in altri Paesi poveri. Ma anche nell’Occidente ‘ricco’ (o ex-ricco) i poveri stanno aumentando a vista d’occhio con problemi di sussistenza di base sempre più drammatici; si calcola addirittura che la fame diventerà un problema anche per molti cittadini Usa. Non sono mai stato antiamericano, a differenza di gran parte della sinistra, ma la colpa di questa crisi ricade quasi interamente sugli Usa, che prima con cinismo ed egoismo hanno scaricato sul resto del mondo la ‘loro’ crisi  dei ‘subprime’ e adesso stanno alimentando con lo stesso cinismo ed egoismo la crisi dei prezzi (l’aumento colpisce soprattutto i cereali) e la crisi alimentare. C’è l’esigenza sempre più inderogabile di immettere forti dosi di etica nel sistema finanziario internazionale e di limitare le pretese sempre più arroganti del turbocapitalismo della globalizzazione. La qual cosa non vuol dire affatto abbattere il capitalismo e la finanza moderni, come vorrebbero fare ancora molti uomini della sinistra comunista e marxista. Mi sembra che questa mia posizione possa essere definita come una posizione perfettamente azionista (ovviamente si tratta dell’azionismo che deve affrontare i nuovi problemi degli anni Duemila e non del 1940).

2) Il bioetanolo. La seconda causa dell’allarme mondiale sui prezzi deriva anch’essa da una scelta sbagliata, per non dire scellerata, del governo degli Stati Uniuti d’America, del governo di Bush. Quest’ultimo ha di fatto imposto a paesi come il Brasile di Lula di distruggere i campi di coltivazione dei cereali e di impiantarvi la coltivazione di altri prodotti agricoli da cui estrarre bioetanolo e biodiesel (agrocarburanti). Solo nello scorso anno gli Stati Uniti d’America hanno incenerito 138 milioni di tonnellate di granoturco, cioè un terzo della raccolta annuale, per trasformarlo in bioetanolo. E la Comunità Europea si sta muovendo nella stessa direzione, anche se, per fortuna, i tedeschi stanno saggiamente già facendo marcia indietro. John Lipsky, uno degli uomini più importanti del Fondo Monetario Internazionale, sostiene che l’utilizzo dei prodotti agricoli nella produzione del bioetanolo, in particolar modo il granoturco, sia responsabile dell’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e in particolar modo dei cereali almeno per il 40%. Questa del bioetanolo si sta rivelando anch’essa una strategia immorale e stupida; i prezzi del petrolio non ne vengono affatto influenzati, al contrario, stanno salendo sempre di più, prova ulteriore del fatto che anche le cause dell’aumento del petrolio non sono tanto di squilibrio domanda/offerta, ma puramente speculative.

3) Politiche agricole sbagliate. Il terzo motivo che spiega il fenomeno è proprio quello derivante dal comportamento delle grandi istituzioni sovranazionali, come il WTO o il FMI o la UE. Basta osservare quanto sta accadendo nel settore lattiero-caseario con i nostri allevatori in rivolta, dopo gli allevatori tedeschi e svizzeri. In una congiuntura di scarsità di cibo, la Comunità Europea adotta  ancora politiche tendenti alla distruzione o alla mancata produzione di cibo, tiene ancora in piedi l’esecrabile meccanismo delle quote-latte, applicando spaventose multe agli allevatori italiani che producono di più. Invece di incentivare la produzione, si incentiva la distruzione di beni di prima necessità tenendo così alti i prezzi. Poi c’è anche un altro problema che disincentiva la produzione agricola in Italia, ma non solo in Italia. Ciò che viene dato al produttore è troppo poco, anzi si tende a dargli sempre di meno, mentre, al contrario, i prezzi al consumo aumentano sempre di più. Non solo c’è tutta la politica agricola europea che va profondamente rivista, ma vanno rimosse pian piano anche tutte le storture speculative dei mercati locali e nazionali.

4) La speculazione interna. Essa in tempi di turbamenti mondiali non è affatto sparita, anzi. Si osserva particolarmente in quei settori della produzione alimentare che meno dipendono dai fattori internazionali di scambio. L’ortofrutta è uno di questi. E sempre questo tipo di speculazione a produrre le più scandalose contraddizioni. Faccio un esempio piccolo, ma significativo proveniente da una mia esperienza personale fatta negli ultimi giorni. Qualche giorno fa in un supermercato della regione in cui vivo (Lazio) ho osservato sul banco della frutta che l’ananas stava a 1,35 euro al kg. Anni ed anni fa questi frutti erano ritenuti destinati alle tavole dei ricchi, erano ritenuti frutti esotici ed invece ora stanno a quel prezzo veramente appetibile (più appetibile dello stesso ananas). Tra l’altro, bisogna anche tener conto dei costi di trasporto, dal momento che l’ananas non si trova nei nostri campi. Idem per le banane. Nello stesso giorno, invece, mi trovavo in campagna ed osservavo gli alberi di ciliegio; le prime ciliege già cadevano dagli alberi. L’assurdità della situazione è che le ciliege che trovo sugli alberi a 5 km. dalla mia abitazione, e che si possono assaggiare semplicemente raccogliendo quelle cadute dagli alberi, costano 6 euro nei supermercati della mia zona di residenza (ripeto, 6 euro al chilo cioè quasi dodicimila delle vecchie lire), mentre gli esotici ananas che devono percorrere mezzo mondo prima di arrivare in quel supermercato, costano quasi cinque volte di meno. Perché le ciliege che in Puglia andavano un anno fa a 1,5 euro al chilo, vanno nella mia zona quest’anno a 6 euro al chilo e in Germania a 10 euro al chilo, mentre mi risulta che al Nord siano apparse in vendita anche a 8, a 12 addirittura a 24 euro al chilo? Se questa non è speculazione, bieca e schifosa speculazione, allora cos’è?

Comunicato Stampa sulla D.N. NPA di ieri

LE PROPOSTE AZIONISTE PER LA RISTRUTTURAZIONE
DELLA SINISTRA ITALIANA

La Direzione Nazionale del ‘Nuovo Partito d’Azione’ riunitasi ad Arezzo il 20 aprile 2008 ha analizzato il risultato delle elezioni politiche riscontrando in essi l’esattezza di tutte le analisi formulate dagli azionisti nel corso degli ultimi mesi. La catastrofe elettorale e politica abbattutasi sull’intero arco delle forze della sinistra italiana non cade dal cielo per caso, ma ha nomi e cognomi ben precisi; innanzitutto il segretario del Pd e la sua cinica e suicida politica tendente all’isolamento della sinistra, il presidente dello stesso Pd, Romano Prodi, che, come gli azionisti hanno denunciato già a partire dal luglio 2006, ha guidato un governo impopolare ed infine i leaders, ora dimissionari, di tutti e cinque i partiti della sinistra ex-parlamentare che si sono dimostrati inadeguati al loro compito, da qualsiasi punto di vista si possa guardare al loro operato. Dopo la catastrofica sconfitta del 14 aprile è venuto il momento di prendere coscienza che questa sinistra, così com’è, non può andare da nessuna parte. Di ciò, gli azionisti sono convinti già da un bel pezzo, tanto è vero che, senza farsi condizionare dal generico luogo comune dei troppi partiti esistenti in Italia e nella sinistra, non hanno esitato, tre anni fa, a rifondare l’azionismo politico, scelta che, di giorno in giorno, si sta rivelando sempre più lungimirante al punto tale che, alla luce della Caporetto della sinistra, più di qualcuno comincia a sospettare che ciò che può salvare la sinistra italiana dalla totale liquefazione incombente è proprio il dimenticato azionismo che ebbe enormi meriti nella costruzione, poi tradita in tutti i sessant’anni del secondo dopoguerra, della democrazia italiana, alla stessa stregua di come fu tradito il PdA dai suoi stessi alleati del tempo già nel periodo post-resistenziale. E’ proprio alla democrazia o, meglio, alla ‘rivoluzione democratica’ di Parri, Galante Garrone, Ernesto Rossi e di tutti gli altri azionisti ‘storici’ che bisogna tornare oggi per il bene dell’Italia e della sinistra italiana. Una rinnovata tensione verso la democrazia reale (e non solo verso la formalistica democrazia ‘di regime’ di questi ultimi decenni), la difesa radicale degli emarginati e dei ceti popolari, la legalità e la moralità pubblica sono i temi principali del ‘Nuovo Partito d’Azione’, e potranno essere anche i pilastri non solo dell’attività politica azionista ma di tutta la sinistra del nostro Paese. E’ urgente quindi avviare un serio processo di ristrutturazione e di rilancio di tutta la sinistra italiana. Come primo passo è indispensabile che i cinque partiti usciti a pezzi dalla recente tornata elettorale rinnovino radicalmente i loro gruppi dirigenti, troppo contaminati dai vizi della Casta, oltre che i propri contenuti, soprattutto senza continuare ad eludere ulteriormente il prorompente bisogno di sicurezza presente ormai in tutte le fasce sociali ed in tutte le parti d’Italia. Nello stesso tempo, è altrettanto indispensabile ragionare sulle forme della ristrutturazione stessa. A questo proposito, la Direzione Nazionale del ‘Nuovo Partito d’Azione’ ritiene di dover riprendere la sua proposta, scaturita già dalla D.N. del 22 aprile dello scorso anno, tendente alla costituzione di due contenitori federati; uno di sinistra riformista (ma che sia veramente tale nei fatti e non solo a parole) dove dovrebbero trovare posto i partiti della sinistra riformista e democratica, dai socialisti del Ps ai socialisti di Sinistra Democratica, dagli azionisti dell’NPA ai Verdi, nonché un vasto ‘reseaux’ di circoli ed associazioni di area liberalsocialista e laico-progressista, di associazioni della ‘società civile’ di sinistra democratica. Nel secondo contenitore si potrebbero aggregare tutti i partiti ed i gruppi della sinistra di derivazione marxista e comunista. Questi due contenitori potrebbero collegarsi, quando ne ricorrano le condizioni, attraverso un patto superfederativo e confederale. Una seconda ipotesi di ristrutturazione potrebbe essere quella della creazione di un vasto schieramento che possa raggruppare tutta la sinistra (dai partiti comunisti fino al Ps) purché si riesca a trovare laicamente una comune base programmatica intorno a quattro o cinque punti essenziali e non attorno ad ammuffite e distorte visioni ideologiche della realtà italiana, rivelatesi, ed in modo drammatico, completamente desuete dopo il 14 aprile. Sono due ipotesi egualmente valide, anche se l’NPA preferisce la prima. Nella riunione di ieri la Direzione Nazionale NPA ha preso atto, con vivo compiacimento, anche della conferma del ‘trend’ verso una decisa e continua crescita del Partito, che in questi ultimi mesi si è ulteriormente arricchito di nuovi ed importanti apporti, di nuove e giovani energie le quali hanno, tra l’altro, consentito al Partito di aumentare la propria visibilità anche nel periodo elettorale. E’ stato infine approvato il nuovo Piano di organizzazione e di sviluppo del Partito che prevede la creazione di quattro Dipartimenti di lavoro (Dipartimento Organizzazione ed Elettorale, Dipartimento Programma e Cultura, Dipartimento della Rete Neoazionista e Dipartimento Comunicazione) affidati alla supervisione di un Coordinatore unico della Segreteria Nazionale e all’interno del Piano è stata deliberata una serie di iniziative politiche sul territorio già a partire dalle prossime settimane. Sono state proposte ed approvate altresì alcune modifiche statutarie tra cui la creazione di un Esecutivo Nazionale, organo che sostituisce l’Ufficio di Segreteria Nazionale, e saranno apportati anche ritocchi al simbolo. In conclusione, si è deciso di adeguare l’architettura organizzativa del Partito, che ora diventa più complessa e ricca, ai nuovi bisogni politici ed organizzativi di un partito nuovo e giovane, di un Partito giovane ma dal cuore antico che vuol dare il suo significativo contributo a tutta la sinistra italiana, soprattutto in un momento in cui quest’ultima cerca nuove strade per uscire da una crisi devastante.

NUOVO PARTITO d’AZIONE
Ufficio Stampa

Roma 21 aprile 2008

La mattina del 15 aprile; il Day After

DIARIO ELETTORALE 2008 – (17)

Con la sottostante indicazione di voto concludo questo ‘Diario Elettorale 2008’. Assicuro che il mio blog continuerà a funzionare, anche se non certo al ritmo forsennato di un post al giorno. Credo di poter assicurare ai lettori almeno un post ogni 7-10 giorni e certamente non più tardi di mercoledì inserirò un commento dei risultati elettorali. Fra quarantotto ore anche noi azionisti, anche noi del ‘Nuovo Partito d’Azione’, chiuderemo un ciclo (quello che ci vedeva, seppure in posizione estremamente critica, come supporter dell’ormai ex maggioranza unionista e componente dell’area ‘ultradem’) e passeremo ufficialmente all’opposizione politica e sociale di sinistra, chiunque dovesse vincere, Berlusconi o Veltroni o Veltrusconi. Ho ascoltato ieri sera sui principali canali televisivi nazionali gli appelli di tutti i 15 o 16 candidati premier e le loro solite stanche litanie poco convinte e convincenti, che mi confermano nell’idea che il ‘Nuovo Partito d’Azione’ è e può davvero dimostrare di essere un fatto nuovo, per quanto ancora molto circoscritto nelle dimensioni, della politica italiana. Se un decreto legge vergognoso non ci avesse tagliato le gambe già in partenza, se avessimo avuto l’opportunità, che hanno avuto sigle pari alla nostra o addirittura più piccole della nostra, di poter parlare agli italiani almeno per una sola serata attraverso gli schermi delle televisioni nazionali, avremmo sicuramente detto delle cose che non si sono mai sentite in queste settimane di duelli televisivi, delle cose che a questo punto sappiamo che nessuno dirà mai (se non le hanno dette o non hanno saputo dirle in un momento come questo quando mai più le diranno?), avremmo dato all’esausto elettorato italiano la buona novella del venire alla luce di una forza politica veramente nuova ed innovativa. Altro che certe liste di avventurieri improvvisati senz’arte, né parte, senza scienza né coscienza. Comunque sia, la vita continua e noi azionisti dobbiamo già cominciare a pensare a come ritagliarci, molto più convinti ancora di due mesi fa delle nostre possibilità, un ruolo significativo nel quadro politico che emergerà la mattina del 15 aprile, ben consapevoli, come siamo, che dopo il 15 mattina, nel Day After del 15 aprile 2008, molte cose, nel bene e nel male, non saranno mai più come prima.

INDICAZIONE DI VOTO

Il ‘Nuovo Partito d’Azione’ non riconosce la validità e la legittimità democratiche delle imminenti elezioni del 13 e del 14 aprile e pertanto chiede ai propri iscritti e simpatizzanti di recarsi sì alle urne, ma di annullare la scheda elettorale con una qualsiasi scritta di protesta contro il carattere antidemocratico ed anticostituzionale di queste elezioni politiche 2008. Nonostante la suddetta indicazione, il ‘Nuovo Partito d’Azione’ intende lasciare anche a quei compagni che proprio vogliano esprimere una preferenza la possibilità di farlo, purché il voto vada ad un partito di sinistra, ma non al Pd (che non lo è).

NUOVO PARTITO d’AZIONE

Ufficio di Segreteria Nazionale

        Pino A. Quartana
        Gabriele Oliviero
        Teresio Panero 

(annotazioni conclusive del 12 aprile 2008)